A Passaggi Festival, nella seconda serata della XIV edizione, ospite in Piazza Marcolini per la rassegna “Libri in Piazza” è Massimo Franco, editorialista politico per il Corriere della Sera. L’autore, che riceve anche il Premio Passaggi 2026, presenta il libro “Papi, dollari e guerre. Il potere dell’America in Vaticano dai tabù del passato a Leone XIV”, edito da Solferino Libri, e dialoga con la giornalista Alessandra Longo.
Il Vaticano, un “mondo blindato”
In questo libro Franco si pone l’obiettivo di entrare in un mondo blindato, quello della Chiesa e del Vaticano. Attraverso i rapporti di fiducia e di stima con queste figure ecclesiastiche, riesce a toccare alcuni documenti mai conosciuti in precedenza. Il suo compito parte da un’attenta operazione di individuazione del percorso blindato per arrivare alla restituzione della storia completa, comprensiva dei dettagli e dei particolari delle singole storie. Il Vaticano è un’entità vasta e problematica. Il problema principale per Franco è conoscere e farsi conoscere. Pertanto, lo scopo che intende conseguire è semplicemente quello di spiegare e raccontare i fatti e le tematiche relative al mondo della Chiesa.
Da Bergoglio a Prevost: un passaggio importante
Il Vaticano, pur con le sue ombre, è una scuola di umanità. L’unico interesse di Franco per il Vaticano è dato dalla scrittura: si apre il dialogo con quest’ambiente solo se c’è un rapporto di fiducia, altrimenti usufruisce di altre fonti. Consulta molto l’Archivio apostolico vaticano (fino al 2019 era chiamato Archivio segreto vaticano). Il libro si concentra sul passaggio dal pontificato di Bergoglio a quella del primo papa statunitense. L’elezione di Prevost è il risultato di una decisione supportata dall’establishment cattolico, che al suo interno raccoglieva idee diverse. Si passa quindi da Papa Francesco, non amato dagli americani, a Papa Leone XIV, che gli americani stessi non capiscono come si comporterà. Secondo Franco, non era nemmeno prevista l’elezione di un papa statunitense ma in base a una sua idea di europeismo provinciale, si aspettava il ritorno di un papa europeo. Anche il corrispondente del Vaticano per la rivista The Economist, Hooper, pochi giorni prima dell’elezione, riporta che il futuro papa Leone XIV aveva scritto a un agostiniano che non sarebbe stato eletto in quanto statunitense.
Prevost e l’abbattimento delle divisioni
Il problema di Bergoglio, un latino-americano, era che non capiva gli Stati Uniti e non era capito dagli Stati Uniti. A causa di questa distanza non si comprendevano le culture. Invece Prevost, lo yankee-latino (non un ossimoro), è in grado di amalgamare tutte le singole identità diverse, riesce a compiere il miracolo di unificare i cardinali statunitensi trumpiani e anti-trumpiani in conclave. Prevost riflette tutte le posizioni, e soprattutto impedisce ogni genere di divisione. Prevosr guarda oltre l’amministrazione di Trump, non la esclude. Non si lascia colpire dalle parole del Presidente statunitense, volge l’attenzione oltre i suoi attacchi.
Dialogo tra il Vaticano e l’America
Ci si domanda se la chiesa di Leone XIV possa attivare il dialogo con l’America di Trump. Nel frattempo è avvenuta la formazione di una chiesa parallela, come lo evidenziano alcuni gesti del presidente degli Stati Uniti: il vestito da papa pubblicato online, la santona recitante alla casa bianca, la croce a rotelle in versione blasfema. Ormai è chiaro la fine della separazione tra Stato e religione, così come si tende sempre a nominare Dio per tutti i combattimenti. La religione minoritaria estremista è spaccata in più sotto-religioni. Però Leone XIV spiazza Trump nominando come portavoce del Vaticano una giornalista del Messico naturalizzata statunitense, dopo periodo di stasi.
Abbracciare il conservatorismo cattolico americano
Le scelte di Leone XIV non sono un tradimento a Bergoglio ma un’altra logica per sfidare il conservatorismo cattolico americano: non viene demonizzato ma viene abbracciata la cultura per evitare l’estremizzazione della destra religiosa. Così il tradizionalismo cattolico è rispettato, gli americani conservatori e i loro valori non vengono presi in giro. Il deserto culturale dei democratici aveva permesso a Trump di tornare al potere: la responsabilità degli altri è stata quella di aver abbandonato, permettendo così l’accettazione delle posizioni estremiste. In venti anni traumatici, Franco ritiene che Bergoglio sia stato un papa divisivo, come Ratzinger. Il papato di Bergoglio si può definire visionario e profetico ma fondato su un sistema sbagliato, andandosi a sovrapporre alle istituzioni ecclesiastiche tradizionali, ormai delegittimate. Ora con il papato di Prevost è essenziale recuperare l’unità e il governo della chiesa.
La centralità degli Stati Uniti
L’America non aveva grande rilievo nel Vaticano sicuramente fino al 1915, quando erano solo due i cardinali americani arrivati alla Sante Sede, oltretutto dopo l’elezione del papa. Dal 1922 salgono a tre i cardinali americani. Fondamentale è stata l’intuizione strategica di papa Pio XI, che aveva capito che il baricentro dell’economia mondiale si stava spostando sugli Stati Uniti e da ciò la decisione di mandare un funzionario del Vaticano negli Stati Uniti, per trattare e capire come arrivano i soldi, per comprendere dunque la rete di scambio tra la Chiesa e gli Stati Uniti circa le informazioni delicate riguardo l’economia, i movimenti sociali e le evoluzioni delle guerre.
Una chiesa multilaterale
Resta un dubbio: se Prevost, con tutte le difficoltà e le correnti vaticane intorno, sia in grado o meno di non rimanerne intrappolato, come è successo nei periodi dei papi precedenti. Non è possibile dissipare questo dubbio ma si può dire che si intravede una forte scelta di collegialità in Prevost: ne sono segni la creazione di una classe diligente e l’attuazione di una strategia chiara. Questa è un’impostazione giusta ma il punto è capire quanto la chiesa sia disposta a seguire i suoi piani. Il conformismo pauperista con Bergoglio non era calato nella profondità, a differenza di quanto sta avvenendo ora con Prevost. Franco sottolinea che di Bergoglio non resta l’attenzione ai poveri, dai riflessi contraddittori, ma l’attenzione sugli esclusi. Lo stesso si può dire per la questione dell’immigrazione, da proteggere, ma in termini di diritti umani, e da governare. In conclusione la chiesa deve parlare ed esprimersi in modo multilaterale.
