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di Fabrizio Bartolucci

 

Siamo ai tempi del Covid-19, una stramaledetta pandemia che da noi in Italia ha quasi cancellato una intera generazione di uomini e donne.
Una generazione di uomini e donne che con un cappello fatto con la carta del giornale, un grembiule e un fazzoletto in testa e magari con una FIAT 127 hanno ricostruito il Paese lavorando tantissimo con tenacia, umiltà e amore. Non possiamo dimenticare queste persone, le dobbiamo ricordare sempre e anche raccontare ai nostri nipoti o pronipoti, magari seduti in una poltrona ed appoggiati ad un bastone per sorreggersi meglio.
L’Italia ripartirà da queste persone, uomini e donne strappate alle loro famiglie senza neanche il supporto e la vicinanza di un figlio, una moglie, un marito che magari teneva loro la mano.
Sto parlando della generazione di cui faceva parte anche mio padre, generazione che a noi giovani aveva insegnato la vita e il tutto, senza i social, computer, telefoni o altre diavolerie di cui oggi, forse, faremmo bene a farne un uso migliore.
Quelle generazioni che, come oggi, erano divise dal credo politico e religioso, pur sempre nel rispetto reciproco, come asseriva in un suo famoso discorso il Presidente Pertini, rivolto ai giovani “combattete sempre per la pace e la giustizia sociale… io combatto la tua idea che è contraria alla mia, ma sono pronto a battermi sino al prezzo della mia vita perché tu la tua idea la possa esprimere sempre liberamente”.

Io vengo da un piccolo paese sulle colline tra Fano e Pesaro, un paese che si chiama Novilara, noto per i suoi ristoranti e trattorie con specialità come le tagliatelle con i fagioli e la piadina sfogliata.
Novilara negli anni ’70/’80 era un paese a forte prevalenza di cristiano democratici, gente di chiesa, era il paese di Arnaldo Forlani che fu un alto dirigente della Democrazia Cristiana e anche Presidente del Consiglio dei Ministri e, a questo proposito, voglio raccontare un aneddoto.

Era il 1980, giugno, ed Arnaldo Forlani ricopriva il ruolo di primo ministro. Si dovevano svolgere le elezioni regionali, erano passati pochissimi anni dal sequestro e dall’omicidio dell’On. Aldo Moro da parte delle BR e quindi c’era un clima pesante che noi giovani, anche se lontani dalle città, percepivamo benissimo. Pochi giorni prima delle elezioni girarono voci che il Premier avrebbe votato nel piccolo seggio di San Rocco (frazioncina di Novilara), ma nessuno di noi diede troppo peso a quella notizia, eravamo tutti certi che Forlani avrebbe votato a Roma.
In quegli anni, nei seggi, gli scrutatori venivano mandati dai partiti e, come sempre, nel seggio di San Rocco non ci voleva andare nessuno, era un seggio con pochi votanti, la noia lì regnava sovrana fino alla fine delle operazioni di voto e di scrutinio. Tanto per cambiare, come sempre, mandarono i tre pazzoidi e scriteriati giovani del paese, “Mogol”“El Plut”“Jo Condor”, erano i soprannomi dei tre fenomeni, tra cui il mio perché facevo sempre coppia con un mio amico di nome Maris che adorava Lucia Battisti, da lì “Mogol e Battisti”. Non ricordo il motivo del soprannome di Maurizio Lugli (“El Plut”), probabilmente legato al cane Pluto dei fumetti, mentre Patrizio Donnini era “Jo Condor” per il fatto che sua mamma, che era la sarta del paese, si chiamava Gioconda. Uno più pazzo dell’altro e ben assortiti politicamente, io ero iscritto alla F.G.C.I.; Maurizio era della D.C. e Patrizio del P.S.I. (da intendere che per noi la politica era più motivo di scherno che di lotta).

Arriva la mattina delle votazioni e poco dopo l’apertura del seggio vediamo arrivare un’automobile scura, credo fosse un’Alfetta, con a bordo due persone molto eleganti. Noi del posto conoscevamo quasi tutti gli elettori di quel seggio che, al massimo, venivano con il trattore a votare, non certamente con un’Alfetta, e quindi, sin da subito, dopo una occhiata di compiacimento, parere unanime: era la “pula”, la Polizia, noi la chiamavamo così. Dopo un breve conciliabolo con il Presidente del seggio, che era più pazzo di noi, se ne andarono con la loro bella Alfetta. Quando notammo che il Presidente di seggio non entrava, lo raggiungemmo all’esterno: era seduto sopra un muretto con le mani nei capelli e ci disse “ragazzi chi dò erne dlà Digos” e ci comunicò che erano venuti per dirgli che il Premier avrebbe votato in mattinata nel nostro bel seggio di San Rocco. Dopo un paio d’ore, a metà mattinata e prima “dlà Messa”, come usa a Novilara, si vota. Vediamo arrivare un gruppo di giornalisti e fotografi ed una troupe della Rai con una telecamera enorme e, per finire, tantissimi “vassalli” del Presidente Forlani fatti accomodare lungo la strada. Erano tutti eccitati, tutti impauriti tranne noi tre che ce ne fregavamo altamente, anzi, mi feci dare il registro maschile da Maurizio e mi misi a sedere fumando una sigaretta fornita dal P.C.I. che girava di seggio in seggio a rifocillare i suoi scrutatori.

Quando sentimmo le sirene capimmo che era il momento. Entrarono quattro “cristi” alti due metri e con due spalle che ci potevi giocare a nascondino, occhiali scuri e visi tirati. Quando entrò il Presidente Forlani io con tutta la calma e la delicatezza gli dissi “per favore mi può dare un documento?”. Non vi dico la faccia di tutti, gli unici che ridevano erano “Jo Condor” e naturalmente “El Plut”. Alla mia domanda, il Presidente mi guardò scocciato e con un mezzo sorriso mi disse “giovane ma non mi conosci?”. Io risposi di no, che non lo conoscevo e lui mi chiese come mi chiamavo e di chi ero figlio, gli risposi sempre con molta tranquillità ed educazione e lui “ma tu sei il figlio di Carlino, l’idraulico, sai che io conosco molto bene tuo padre, abbiamo fatto le elementari insieme a Novilara”. Io rimasi tranquillo e per risposta gli dissi “Presidente, lei a scuola è andato con mio padre, mica con me. Per favore se mi può dare un documento le sarei grato”. Allungò sul tavolo la tessera della Camera dei deputati ed andò a votare, quando uscì dal seggio strinse la mano a tutti e si soffermò con me dicendomi “salutami tanto Carlino”, gli stavo per rispondere che se andava al bar a Novilara lo avrebbe trovato lì, con i suoi amici davanti ad una bella bottiglia di sangiovese e magari pure lui poteva farsi un buon bicchiere in compagnia dei vecchi compaesani, ma mi trattenni dal farlo.

Questo aneddoto fa capire in che ambiente sono cresciuto, con i principi di gente povera, operaia, ma di grande dignità. Ero uno dei pochi comunisti del paese e difatti fui l’unico che non venne assunto alla Montedison che era a Pesaro dove ora c’è la COOP, in via Costa. Certamente non è facile per me raccontare una storia in 20.000 battute (per capire cosa fosse ho consultato Internet), ma dovrà uscire così, senza niente di studiato o di preparato, il cuore guiderà la mia mano sul foglio di carta. Un poco come tutta la mia vita, dove non c’è mai stato quasi niente di preparato, non mi è mai piaciuto programmare, specialmente la vita ed il futuro. Sono sempre stato così anche quando ero un bambino, mai niente di prefissato come quando mia mamma mi comperò il mio primo pallone di cuoio da “Piovaticci” in via Branca a Pesaro, una sorpresa ed una gioia immensa.

La mia infanzia è stata molto bella, passata quasi sempre con nonna Gina e nonno Domenico che, in dialetto pesarese, chiamavano “Mingon”. Mi fecero mangiare talmente tanti cachi, ne avevano una pianta nel cortile di casa, che ancora ora, quasi sessantenne, odio quel frutto, ma di amore per “Bibi” (loro mi chiamavano così) ne mettevano tantissimo. Per loro ero il nipote più vicino e un attimo anche quello da coccolare e difendere per le mie problematiche di salute, gli altri nipoti vivevano a Monza e li vedevano sì e no una volta all’anno. Naturalmente amavano tanto anche mia sorella Anna, ma io ero il loro “Cocchino”“El cochen dlà nona” ( “il cocco di nonna”). Crescere in campagna, nel pezzetto di terra che custodiva mio nonno, gli alberi di ciliegio su cui mangiare direttamente i frutti, “l’uva grosa” come la chiamavamo noi, che poi era l’attuale uva da tavola, ma quella volta era una delizia, si mangiava “el muscatel” l’uva di moscato. Ricordo le mattine quando nonna Gina mi veniva a svegliare per poi farmi andare a scuola, i miei genitori partivano molto presto al mattino per andare al lavoro. Le mie giornate erano tra la scuola i miei nonni e la campagna.

Anche in età adolescenziale ho continuato con la stessa vita, scuole medie a Pesaro in quello che era il C.I.F. e nel pomeriggio a fare dispetti in campagna a mio nonno che mai mi ha rimproverato.
Nei tempi della vendemmia cercavo di aiutare e sentivo la sera mio padre che brontolava con mia mamma, a suo parere mio nonno metteva troppo bisolfito nell’uva prima di pigiarla, il bisolfito è una sostanza chimica che mantiene il vino, ricordo che in diletto diceva “tu pedre met trop solfito in tl’uva, en capesc nient” (“tuo padre mette troppo bisolfito nell’uva, non capisce niente”), ed io, il giorno dopo, mettevo in pratica i brontolii di mio padre. Dovevo mettere due cucchiai da cucina di bisolfito in ogni cassa d’uva e, quando mio nonno mi chiedeva se avessi messa quella che per me era una polvere grigiastra, rispondevo di sì, ma il bisolfito finiva in gran parte nell’erba senza che mio nonno si accorgesse. Quanto ho amato quelle due persone, erano stupende nella loro assoluta semplicità e dignità. Quell’Ape Car blu di mio nonno era per me un mito. Poi con il passare degli anni tutto è cambiato, le nostre usanze quasi completamente sparite, i veri novilaresi saranno sì e no una cinquantina ed il cammino della vita continuava.

Arrivò anche per me l’età dei primi amori, delle prime grosse sbandate. In quel periodo ricordo di non averne avute molte, ho conosciuto mia moglie all’età di 16 anni in quella che era la discoteca per eccellenza “Club Metauro”  a Calcinelli. Era il 1977 e arrivare al locale era una vera impresa. Si partiva con il bus da Novilara appena dopo pranzo, poi la ‘littorina’ da Pesaro a Calcinelli e, da lì, fino al locale a piedi, stesso tragitto per tornare a casa. Prima di mia moglie ho avuto una grossa sbandata per una ragazzina di Colombarone, avevamo sì e no 13 anni e lei veniva spesso dalle sue amiche a Novilara.

Quella volta non esistevano i telefonini con whatsapp, il nostro telefonino era l’unica cabina telefonica di Novilara da dove facevamo dediche alle nostre amate su una delle prime radio private di Pesaro. Mi sembra ci fosse una trasmissione serale che si chiamava “Con tanta simpatia e qualcosa di più”, in pratica, un poema per chiedere di uscire, rigorosamente in pullman, ad una ragazza. Prendere la linea era come vincere un terno al lotto, quell’unico gettone telefonico valeva oro, non potevi sprecarlo e fallire. Poi, quando riuscivi nell’impresa, ci si metteva in macchina con i nostri amici più grandi, sempre davanti alla cabina telefonica, nella speranza di sentire alla radio la tua dedica e magari anche la risposta. Oggi sentiamo parlare di altre cose molto più sbrigative, quella volta no, era tutto più lento e più dolce, sempre con educazione e delicatezza. Chissà quanti amori ha visto nascere quella cabina della SIP.

Erano anche i tempi del “Ciao” della Piaggio e poi dopo arrivò anche il “Bravo”, sempre della Piaggio. Quando chiedevi al genitore di poterlo avere, nove volte su dieci la risposta era “te dag l’arivederci, no el ciao!!” nel senso che se avessi insistito ti saresti beccato uno scappellotto. Io, come sempre nella vita, sono stato molto fortunato, e difatti mio padre mi comperò un Benellino con tre marce ed il cestino davanti.
Mi prendevano per il culo anche i sassi.

Ma dobbiamo continuare il cammino, colpa delle 20.000 battute, e arrivare a quando sono diventato genitore anche io. A dire il vero, il nostro primo figlio morì subito dopo essere nato, quella volta non c’erano le tecnologie e gli strumenti di oggi, Enrico (lo chiamai così in omaggio a Enrico Berlinguer) era nato di solo poco più di sei mesi e non ce la fece, ora riposa insieme ai suoi nonni materni e a quello che sarebbe dovuto diventare suo zio, quel 1985 fu per me tristissimo.

Dopo un paio d’anni arrivò Alessandro (sempre in omaggio ad Alessandro Natta – non era un fatto di fantasia – ma prima la F.G.C.I. e poi il P.C.I. li avevo, li ho, sempre nel cuore). Anche Ale ebbe gravi problemi appena nato, anche lui era nato prima, di 8 mesi e non respirava bene, Ale venne al mondo nell’ospedale di Cattolica, domenica 6 dicembre 1987, domenica che da molto bella si trasformò per me e mia moglie in puro terrore, non volevamo rivedere un film già visto.

Ale fu trasferito all’Ospedaletto di Fano, era più attrezzato di quello di Cattolica. Ricordo la tragedia per dirlo a mia moglie, ma trovai la forza e andai dietro all’ambulanza che trasferiva mio figlio. Ad attenderlo sulla porta c’erano il primario di Pediatria e mio cognato Costante, medico ematologo, due grandi professionisti che curarono Ale, che ora, da quasi sei anni, è pure lui diventato papà di quella che è la bambina più bella e dolce, mia nipote Helena.

Ne passa di tempo, ma ci sono sempre quelle 20.000 battute e devo correre, anzi camminare sempre più in fretta verso la fede. Adesso che mancano pochi mesi alla mia pensione mi piace ricordare anche gli anni bellissimi del mio lavoro nel Comune di Fano. Ho lavorato per ben vent’anni con persone vere, amiche e sincere, due sindaci, Cesare e Stefano, anche se molto diversi tra loro, hanno avuto sempre rispetto nei miei confronti. Poi come non ricordare Paola, Nano e tanti altri. Alcuni di loro ci hanno lasciato, ma sono sempre nel mio cuore.

Ora continuo il mio cammino per arrivare all’ottobre del 2018 quando decisi che era arrivato il tempo di fare il passo per me importantissimo. Dopo una vita in cui senza macchina non andavo neanche al bar distante dieci metri, avevo deciso che avrei percorso il Cammino per Santiago di Compostela. Volevo imparare a camminare per davvero, un cammino di vita diverso da quello fatto fino a quei giorni.

Insieme a me, sin da subito, decise di fare questa esperienza anche mia sorella Anna Maria, lei con la sua storia, storia di una donna fortissima che ha sconfitto il cancro.
Dopo quella bruttissima esperienza, Anna si mise completamente nelle mani di Gesù Cristo, diventò molto fedele. Nonostante questo, nonostante i miei 40 anni di sigarette, nonostante le paure di mia mamma, decidemmo di partire e stabilimmo che saremmo andati nell’aprile del 2019. Prenotammo i voli già nel mese di ottobre dell’anno prima e decidemmo che avremo percorso il Cammino Inglese che va da Ferrol a Santiago di Compostela, circa 130 chilometri da fare in sei giorni.
Iniziarono i preparativi, le scarpe adatte, lo zaino che non doveva pesare più di 10 chilogrammi e, dentro, doveva andare tutto l’occorrente per vivere sei giorni: maglie, pantaloni, biancheria e tante altre cose, quello zaino sarebbe stata la nostra casa. Quando arrivò dicembre si unì a noi un’altra persona, la convinsi dopo parecchi tentativi, e diventò il Cammino anche di Maria.

Iniziammo ad allenarci tutti, io non avevo mai camminato per più di pochi metri e tutti quei chilometri mi incutevano un certo timore, ma più passavano i giorni più aumentavo i chilometri di allenamento ed anche la convinzione. Dalle domande che mi facevo “ci sarei riuscito? Avrei fallito miseramente?” passavo alla certezza, probabilmente qualcuno mi stava già aiutando. Difficile dire che una persona si avvicina alla fede vera, non quella fede di circostanza a cui mi rivolgevo. Credo sia capitato a molti come a me, nei momenti di bisogno, di disperazione. Ne avevo viste tante fino a quel punto della mia vita, avevo dato tutto me stesso per aiutare gli altri con il volontariato, ma mancava qualcosa, mancava la gioia dentro di me.
Per me fu come trovare qualcosa di bello, un amore, un amore difficile da descrivere, un amore che non avevo mai provato prima. Quando mi parlavano, oppure leggevo notizie sugli effetti del Cammino di Santiago ero molto scettico, ora avevo capito tutto ancora prima di partire.

Arrivò aprile e mentre salivo la scaletta dell’aereo che ci portava da Bergamo a Santiago di Compostela, ero pieno di gioia, avevo trovato quello che non vedevo, ma che c’era sempre stato. Passammo la prima notte a Santiago ed il giorno dopo, con un pullman, in un paio d’ore arrivammo a Ferrol, in Galizia, nella parte più a nord-ovest della Spagna, sull’oceano Atlantico. Appena scesi cercai di capire dove si trovasse l’Ufficio del Turismo, avevo visto online che era lì vicino e dopo pochi attimi di orientamento lo trovai. Là dobbiamo mettere il primo “Sellos”, praticamente un timbro della città da cui si parte in cammino, che si mette sulla Credenziale del Pellegrino. Tale Credenziale verrà timbrata più volte lungo il percorso per testimoniare il cammino fatto giorno dopo giorno per poi ricevere, alla fine, “La Compostela”, un antico documento, una pergamena, scritta in latino dove il tuo Cammino viene certificato .

Ora, con una piantina in mano di Ferrol, ci avviamo a piedi lungo un bel viale e verso il porto, il lungomare, dove è posizionata la pietra “Il Mojon” del chilometro zero. Da quel punto si è ufficialmente in Cammino. Giunti in pochi minuti davanti a quel simbolo, abbiamo preso un caffè al bar, abbiamo fatto qualche foto di rito, ci siamo abbracciati, zaino in spalla, ci siamo detti l’un l’altra “Buon Cammino” e siamo partiti seguendo le prime “Concha” – conchiglie sui muri delle case ed i “Mojoin” che indicano la direzione del Cammino. Su ognuna di queste pietre, cippi, sono segnati i chilometri che mancano per raggiungere la Basilica di Santiago di Compostela.
Mentre uscivamo dalla zona turistica di Ferrol, da un bel lungomare, tutte le persone che incrociavamo ci salutavano con un bel sorriso e con le tre parole che avrei sentito molto spesso, da lì in avanti, “Buen Camino Peregrinos” – “Buon Cammino Pellegrini”.

Quel giorno trovammo di tutto, freddo, pioggia, grandine, ma era tutto molto bello lo stesso, ridevamo felici e contenti anche se qualcuno ci ha messo subito alla prova. Nonostante tutto non sentivo la fatica, uno zaino di 10 e passa chili sulla schiena lo senti, ma non avevo problemi e facemmo quei primi 20 chilometri, arrivando alla fine della prima tappa nel tardo pomeriggio a Neda.
Camminando, si ha una completa percezione del tempo, tutto scorre più lentamente, i paesaggi, i monumenti, tutto quello che vedi o incontri ti rimane dentro. Quello che, però, mi rendeva più felice era vedere mia sorella camminare immersa completamente nella sua Fede, stracolma di gioia, e Maria nella sua curiosità, anch’essa piena di felicità.

Dopo quei giorni in cammino tra saliscendi, boschi stupendi di eucalipto, sentieri con panorami bellissimi sull’oceano Atlantico, vedere spuntare le guglie della Cattedrale di Santiago dal monte di Gozo, dove è messo un monumento al Pellegrino è difficile da commentare, sensazioni stupende.
Ora, di fronte a noi c’era la cattedrale di Santiago di Compostela, eravamo arrivati, ce l’avevamo fatta e potevamo finalmente andare ad abbracciare l’Apostolo – San Giacomo il Maggiore – le cui spoglie riposano in Cattedrale e, quando mi inginocchiai dinnanzi la teca con le spoglie del Santo, piansi di gioia.

Chissà, ripensandoci, in uno di quei momenti di difficoltà trovati lungo il Cammino, con una signora anziana, che mentre custodiva i suoi animaletti da cortile ci riempì le borracce di acqua fresca, facendoci cenno di bere per poi riempirle di nuovo e ci disse “che Dios te acompañe”“che Dio vi accompagni”, ho avuto la risposta a tante domande.
Magari qualcuno ci accompagnò per davvero e, per quanto mi riguarda, continua ad accompagnarmi, dandomi una nuova prospettiva, una nuova visione della vita. Ora ho davvero imparato a camminare.
“Santiago no es el final del Camino, es el principio” – “Santiago non è la fine della strada, è l’inizio”.
Sono quasi finite le 20.000 battute, questi pochi fogli raccontano l’emozione, la paura, la spensieratezza e la grandissima gioia per questo grande dono che è la nostra vita.

 


Fabrizio Bartolucci, 59 anni, è dipendente pubblico in servizio al Comune di Fano.
Così racconta di sé: “Dopo i primi anni di esperienza come collaboratore a Passaggi Festival, ho iniziato a leggere tanto. Amo anche il mondo del volontariato e opero come Volontario di Croce Rossa. La mia passione principale, però, è soprattutto la mia piccola nipote Helena: faccio il nonno, e vorrei poterle raccontare tante cose. Il mio sogno proibito? Poter un giorno scrivere un libro.