Stefano Vitelli Passaggi Festival 2026

 

Stefano Vitelli è ospite in Piazza XX Settembre per la rassegna “Libri in piazza” all’interno della XIV edizione di Passaggi Festival. L’autore presenta il libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco. Un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d’Italia”, edito da Piemme, e conversa con la giornalista Giulia Pezzolesi.

 

 

L’assoluzione: una scelta “umana”

 

L’omicidio di Garlasco è un fatto di cronaca discusso da molti mesi, apre spesso i telegiornali. Vitelli, giudice nella sentenza di primo grado, con questo libro racconta non solo la vicenda processuale nei confronti di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi, ma soprattutto il suo percorso umano che l’ha spinto a una decisione complessa, l’assoluzione: è un libro coraggioso e dallo spirito autentico, che spiega come superare la fatica di ascoltare i dubbi e descrive gli stati d’animo del giudice una volta assolto Stasi.

 

Principi di garanzia giuridica e culturali

 

La domanda “Chi è stato?” nei processi lascia il posto alla domanda “Quanti rischi siamo disposti a correre per mettere in galera una persona?“. L’obiettivo di Vitelli non è dare spazio alle riflessioni su questo fatto di cronaca, ma prendere spunto da questo caso enigmatico, da una storia molto particolare, per riflettere sui principi di garanzia giuridica e su quelli culturali e orizzontali che riguardano tutti noi. Il principio del ragionevole dubbio è il filo conduttore di tutto il processo.

 

Non l’indizio singolo, ma la somma di tutti gli indizi

 

I processi contengono al loro interno diversi singoli elementi indiziari, ognuno con le sue criticità, e gli indizi, una volta presi nell’insieme, conducono poi all’ipotesi accusatoria. Sono possibili due tipi di approccio: quello del singolo indizio, che non è sufficiente se non è abbastanza grave, oppure l’impostazione che somma gli indizi per arrivare a tutte le prove delle responsabilità, al di là di ogni ragionevole dubbio. L’indizio in sé non è così forte da condurre verso la strada giusta, ma è il percorso stesso che porta a capire quali indizi possono essere sufficienti. Secondo Vitelli,

“Quando qualcuno cerca, sembra che l’occhio perda ogni capacità di vedere altro all’infuori di quello che cerca e non riesce ad assorbire altro”.

Il giudice così è posseduto dal suo scopo, ma scoprire significa essere libero e aperto.

 

I processi mediatici condizionano troppo i giudici

 

Stasi è accusato di ogni cosa, soprattutto per via dei processi mediatici, i quali prevedono un’ossessiva ricerca di giudizi dall’esterno da parte di opinionisti e criminologi. Il ruolo dei media nei processi è fondamentale. I giudici di toga spesso rischiano di essere condizionati dai giudizi esterni e mediatici. Il caso di Garlasco sottolinea che nessuno è immune da questi condizionamenti. Di fronte al forte impatto mediatico i giudici devono avere il dubbio. Stasi è descritto come il biondino dagli occhi di ghiaccio secondo i processi mediatici, enfatizzati dalla società di oggi.

 

Un errore dettato dalla risonanza mediatica

 

La grande risonanza mediatica di questo fatto ha aumentato il forte turbamento da parte dei giornalisti e della stampa. Se in un primo tempo il discorso di Stasi era stato ritenuto falso, dopo molti anni è stato scoperto che il suo computer lavorava alla tesi la mattina del 13 agosto, come aveva lui stesso detto: è stato commesso quindi un grave errore nel processo, determinato da un vizio solito. Normalmente gli alibi sono accertati all’inizio della verifica della verità e della loro compatibilità o meno. Secondo Vitelli, al computer sono stati eseguiti accessi scorretti da parte dei carabinieri, è stata dunque sporcata la genuinità della memoria. Questa è una sorpresa per tutti: si crea smarrimento in tutte le persone che sostenevano l’accusa e che giudicavano. In effetti 23 minuti sono pochi per un omicidio efferato e sviluppato in più fasi.

 

Sfortuna e accidentalità

 

Le riflessioni ci devono sempre essere, al di là dei dati tecnici. Stasi commette un omicidio violento sulla fidanzata e subito dopo si trova a casa, accende il computer e lavora alla tesi. La vicinanza di queste due attività apre un importante dubbio umano. Il movente del litigio in una prima analisi sembrava sessuale ma fino a poco prima dell’omicidio sono avvenuti degli scambi romantici. Questo fatto alimenta il mistero del caso. Nel momento in cui la soluzione dell’enigma è vicina, arriva l’effetto inaspettato con diversi fattori sorpresa (il racconto della testimone, il lavandino, le scarpe). Lo scenario è affascinante: di solito si attribuiscono le colpe, qui invece si parla di una componente di accidentalità e sfortuna, che non è dolo ma un qualcosa che accomuna tutti noi e ci fa sentire non onniscienti. Alle volte alzare le mani e dire di non aver capito è segno di forza, non di debolezza, anche se è difficile da dire. Bisogna infine distinguere il ragionamento tra le questioni del risarcimento del danno civile e mantenere il massimo rigore nei dubbi riguardo il danno penale.

 

Meglio un colpevole fuori che un innocente dentro

 

Alle volte per la fatica a spiegare certi fatti, è preferibile correre il rischio di lasciare un colpevole fuori dal processo. L’alibi è stato confermato, le tempistiche dell’omicidio erano ridotte, poi sono stati fatti diversi ragionamenti, le prove del movente non hanno retto, non sono presenti le tracce di molte spiegazioni (il lavandino è sporco, ma non di sangue, la testimone evoca una bicicletta molto diversa, le scarpe non sporche di sangue). I plurimi dubbi spingono a ritenere che debba prevalere l’assoluzione per gli evidenti principi di civiltà giuridica ed etici.

 

Il ragionevole dubbio, la base della giustizia

 

Il ragionevole dubbio, un principio di civiltà di grande valore civico e morale, che si identifica con il grigio e non con il bianco e il nero, è mal digerito nei dibattiti mediatici, nei quali è osannato spesso l’ergastolo, perché si tende solo a vedere la pena esemplare. L’ergastolo non fa giustizia da sé. La giustizia è il bilanciamento delle ragioni in questo caso particolare di un fatto tremendo: ci sono le soluzioni per mitigare. Lo scavo e l’ascolto delle ragioni profonde non è accettato nei dibattiti mediatici. Ampio spazio al ragionevole dubbio è concesso negli incontri pubblici, nei quali il giudice si chiede quanto è grande il rischio da correre per mettere in galera una persona; il ragionevole dubbio è percepito in modo profondo nel processo indiziario. Il problema dei giudici è la volontà di avere le certezze e i risultati, e non i dubbi o le esperienze. Ma essi non si rendono conto che le certezze arrivano dai dubbi e i risultati dalle esperienze. La fretta conduce ai rischi, e dove è presente la fretta manca la profondità dei professionisti. Bisogna farsi una cultura e cercare di sapere e di discernere.

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