Marco Politi

Marco Politi

 

La morte si è riaffacciata nel nostro immaginario. Era stata fatta scomparire da decenni. Sugli schermi TV riguardava sempre altri. Guerre, massacri, omicidi – in paesi lontani o a due passi da casa – avevano sempre un aspetto cinematografico. Qualcosa che si vede ma può sparire in ogni momento con un clic.

Anche le morti in famiglia erano state da tempo allontanate, confinate negli ospedali o nelle case di riposo. Non più un evento vissuto collettivamente dalla famiglia e dai parenti: con il padre o la madre agonizzanti nei loro letti, circondati da adulti ma anche da piccini, come si vede in certi quadri dell’Ottocento.

La morte doveva essere espunta dalla quotidianità. Invece eccola qui. L’epidemia aleggia silenziosamente su tutti. Le cifre in tenace ascesa, mostrate giorno per giorno durante il rito serale del telegiornale, svelano un evento che “riguarda tutti”. E che unisce tutti. Perché l’effetto nella gran parte delle persone non spinge verso una lugubre depressione, ma unisce vicini e lontani, generazioni nuove e generazioni avanti negli anni, in un nuovo senso di comunità.

Si fra strada prepotentemente uno spirito di solidarietà, poiché da solo nessuno può salvarsi. D’improvviso la canzone “Uno su mille ce la fa” non ha nulla di esaltante ma al contrario ha un suono irritante, persino stupido. Perché noi vogliamo che si salvino mille, centomila, 60 milioni in uno sforzo diventato prepotentemente collettivo.

La peste, poiché questo ci è piombato addosso. ricorda improvvisamente che cosa significhi “servizio sanitario nazionale”. Non è un’invenzione di radicali di sinistra, in Europa è stato creato per la prima volta da un uomo di stato ferocemente reazionario, antisocialista e anticattolico: il principe Otto von Bismarck, cancelliere dell’impero tedesco. La data è il 15 giugno 1883. La sua intuizione: avere compreso che se una nazione vuole fiorire, deve essere sorretta da un forte senso di compattezza e protezione sociale.

Nello stato sociale nessuno viene lasciato indietro, tutti vengono sostenuti, tutti vengono – nei limiti del possibile – incanalati verso una crescita personale e sociale. Così, sotto la tempesta dell’epidemia, si scopre quanto sia importante finanziare la sanità (e l’istruzione), quanto siano deleteri tagli irresponsabili, quanto alto sia il prezzo quando denari pubblici vengono drenati a favore delle strutture private che nel momento drammatico del bisogno – tranne qualche situazione di eccellenza – non hanno le strutture per proteggere i cittadini.

Nella tempesta chi è attento riflette anche su ciò che significano le tasse. Non sono un “mettere le mani nelle tasche dei cittadini” come ha predicato per anni un’irresponsabile demagogia (al servizio degli evasori). Partecipare alla raccolta delle risorse fiscali è – al fondo – ciò che è sempre avvenuto nelle famiglie sane: ognuno contribuisce secondo le sue possibilità. Chi evade – lo tocchiamo con mano in questi giorni – è un complice di tutto ciò che manca per salvare vite. È, all’ombra delle sue furbizie, un complice della morte.

Lo scorrere dei giorni può – se la mente si apre – aiutare a riflettere sul fatto che una società non può svilupparsi senza un’etica condivisa: e l’unica etica condivisibile al di là delle religioni e delle opzioni filosofiche è quella della solidarietà, l’etica dell’essere con-cittadini. L’alterativa sempre possibile e ampiamente praticata negli ultimi decenni è il darwinismo individualista: l’uomo lupo in lotta con altri lupi. È questo che vogliamo quando sarà il momento di ricostruire l’Italia, l’Europa, la scena internazionale?

C’è un uomo che in questi anni non si è stancato di ricordare che il mondo ha bisogno di una globalizzazione della solidarietà al posto della “globalizzazione dell’indifferenza”. Si chiama Jorge Mario Bergoglio, è conosciuto come papa Francesco. Fin dall’inizio della sua avventura romana si è rivolto non solo ai cattolici, ma agli uomini e alle donne del nostro secolo, al di là di qualsiasi frontiera religiosa o filosofica. Con un messaggio molto semplice. Non si vive bene, se accanto a te cresce il dolore. Bisogna guardare in faccia il dolore del mondo, i drammi che attraversano le nostre società e i continenti per affrontare insieme i mali del mondo e rendere umano il vivere per tutti. Significa impegnarsi a casa propria e sulla scena internazionale per il “bene comune”.

Francesco parla un linguaggio semplice. Esorta a guardare in viso il povero a cui si dà l’elemosina. Ma non si limita per niente al pietismo. Al contrario scuote l’indifferenza ricordando che in una città così bella come Roma ci sono uomini e donne, che muoiono per strada di fame e di freddo. E allargando lo sguardo oltre i sette colli e l’Italia e l’Europa, ricorda che le grandi sofferenze dell’epoca contemporanea si superano soltanto con uno sforzo congiunto politico, economico, sociale, ideale.

Perché la peste del Coronavirus spaventa oggi tutti, dal momento che incombe spietata si ogni paese. Ma altrettanto spietata è la sorte, e altrettanti sono i morti, delle masse costrette a migrare. E altrettanto spietato è il destino di quei milioni e milioni di esseri umani costretti oggi – non ieri, ai tempi dei Romani o nelle piantagioni di cotone americane di “Via col vento” – alla pura e semplice schiavitù. Lavorativa e sessuale. Che include milioni di minori.

E altrettanto spietata come l’epidemia è la diseguaglianza inesorabile che spinge ai margini del vivere civile miliardi di esseri, rendendoli materiale da scarto – come Francesco ripete spesso. E infine non è meno inesorabile il danno che investe centinaia di milioni di giovani e anziani, maschi e femmine, in seguito ai cambiamenti climatici causati dall’uomo e dallo sfruttamento irresponsabile delle risorse naturali.

Profeta, ha detto il vescovo italiano Rino Fisichella, non è chi prevede il futuro. Profeta è chi coglie i “segni dei tempi”. E i segni dei tempi, con l’epidemia o senza l’epidemia, indicano che disastri e sofferenze globali sono inflitti ai contemporanei dalla mancanza di responsabilità e di solidarietà.

L’uomo Francesco, senza pretese di esclusività e ponendosi come semplice discepolo di Cristo, ha dato in questi sette anni della sua presenza a Roma materiale sufficiente per ragionare sul nostro futuro.
Quando – come tutti speriamo – gli ospedali cominceranno a svuotarsi, toccherà a noi decidere che tipo di ricostruzione vogliamo. Un futuro per tutti o solo per i vincenti.


Marco Politi è scrittore e giornalista, autore di “La Solitudine di Francesco. Un papa profetico, una Chiesa in tempesta” (Ed.Laterza. È stato ospite di Passaggi Festival nel 2015 e nel 2019