«Pronto, sono Stefano Corradino, sono un giornalista. Ma sono anche un musicista. La chiamo perché sto lavorando a un disco. Canto e suono il pianoforte. E mi sono ispirato a storie che ho raccontato nei miei servizi televisivi. Tutte storie vere, di immigrazione, mafia, morti sul lavoro. Genere cantautoriale. Sì, lo so, sono un po’ fuori moda. Né rap, né trap, niente autotune e i brani sono difficilmente remixabili da discoteca e la vedo difficile che possano diventare tormentoni estivi. Posso mandarle una scheda di presentazione e l’audio di uno o più brani?».
Erano più o meno queste le parole che Stefano Corradino pronunciava ogni volta che telefonava a una casa discografica per proporre la produzione del suo disco démodé. Figurarsi. Un disco che ricalcava la tradizione del Cantacronache, il collettivo di intellettuali – fra i quali Italo Calvino e Gianni Rodari – nato per raccontare l’Italia vera, con i suoi problemi, soprusi e sofferenze, diritti negati, in contrapposizione a quella zuccherosa del Festival di Sanremo. Figurarsi, appunto. Eppure c’è stata una casa discografica che gli ha creduto, cogliendo l’attimo, e il disco è nato, anche grazie a una raccolta fondi di cittadini comuni.
Dal disco è nato il libro, dove Corradino – giornalista di quelli che consumano le suole delle scarpe per raccontare i fatti proprio lì dove accadono – riporta alcuni dei numerosi incontri con persone (e, fra queste, molte donne) che hanno messo tutto il loro impegno, a volte anche al costo della vita, per rendere migliore il mondo.
Una di loro era Ilaria Alpi, giornalista della Rai, uccisa nel 1994 insieme all’operatore Miran Hrovatin, a Mogadiscio, dove si trovavano per documentare la ventennale guerra civile in Somalia e stavano per svelare un traffico internazionale di armi e rifiuti tossici. Corradino ricostruisce la vicenda, anche attraverso l’impegno dei genitori di Alpi per ottenere verità definitiva, e proprio a Ilaria dedica una delle sue canzoni.
Un’altra giornalista a cui dedica alcune pagine del libro e un brano del disco è Federica Angeli, grazie al cui fiuto giornalistico sono nate le inchieste giudiziarie che hanno portato all’arresto di diversi esponenti del clan Spada di Ostia. Sequestrata, minacciata di morte, intimidita in ogni modo, e per questo finita sotto scorta, Angeli non si è mai tirata indietro. Anche per i suoi figli. A loro, per giustificare il fatto che una macchina delle forze dell’ordine la segue ovunque, dice di aver ricevuto un premio dal giornale per aver scritto un articolo bello: il premio consiste nell’avere degli autisti che la accompagnano sempre dove lei vuole. Su questa esperienza la giornalista ha scritto un libro, Il gioco di Lollo, in cui il figlio racconta la mafia vista con i suoi occhi di bambino. Al dialogo fra Lollo e la mamma è dedicato un altro brano contenuto nel disco di Stefano Corradino e
riportato in questo libro.
Ancora alla lotta alla criminalità organizzata è dedicata l’intervista a Nando dalla Chiesa, docente universitario, presidente onorario dell’associazione Libera fondata da Luigi Ciotti e figlio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, assassinato dalla mafia insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro nel 1982 a Palermo.
Luigi Ciotti torna anche nel racconto di un evento assolutamente privato di Stefano Corradino, che diventa pubblico per le sue implicazioni politiche e sociali: il suo matrimonio. È stato proprio don Ciotti a celebrarlo e Corradino ne ricorda le parole durante l’omelia: parole come libertà, dignità, uguaglianza, accoglienza.
E in quest’ottica rientra anche l’intervista a Mamadou Kouassi Pli Adama, il giovane migrante che ha ispirato il film di Matteo Garrone Io capitano e che oggi fa in Italia il mediatore culturale aiutando i tanti migranti che hanno vissuto la sua stessa odissea. Ma in questo libro Stefano Corradino parla anche molto di donne. Quindi violenza, femminicidi e, ancora una volta, diritti negati o messi a rischio da governi di destra. Non poteva mancare l’intervista a Dacia Maraini, la scrittrice che – ricorda il giornalista – «ha dedicato la sua opera soprattutto alle donne». E c’è una frase di Maraini, in questa intervista, che andrebbe scolpita sulla pietra: «L’amore non legittima la proprietà».

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