Il 27 giugno in occasione della terza giornata di Passaggi Festival, il giornalista e scrittore Filippo Facci ha presentato al Piazzale Marcolini il suo Dizionario politicamente scorretto. Dalla cancel culture a Trump, un vocabolario provocatorio che mette in discussione il linguaggio contemporaneo e le regole del politicamente corretto. L’autore ha conversanto con il Presidente della Fondazione Marche Cultura, Andrea Agostini ed il libro, edito da Liberlibri, si inserisce nella rassegna “Società, Politica, Attualità.
Politicamente corretto e politicamente scorretto
Dizionario politicamente scorretto. Dalla cancel culture a Donald Trump è a tutti gli effetti un vocabolario: un elenco di 284 parole con la loro definizione e persino con una lista di sinonimi.
Il politicamente corretto e scorretto non è da confondersi con il linguaggio volgare e tipicamente pecoreccio del popolo, è al contrario la forma eufemistica di un linguaggio che mira alla sensibilità del singolo.
In questo dizionario poi il politicamente scorretto è inteso come una cultura “imposta e calata dall’alto”. L’essere imposta significa che si oppone all’usuale evoluzione linguistica, in quanto questa parte dal basso, dal popolo, e si sviluppa fino a raggiungere anche i dizionari. A partire da questa premessa, la conversazione si è naturalmente spostata su uno dei termini più rappresentativi del dibattito contemporaneo: il woke.
Il woke
La conversazione è iniziata con una riflessione sul woke, che Filippo Facci ha definito come la forma moderna del politicamente scorretto e corretto. Woke è un termine che proviene dalla lingua inglese (il cui significato letterale è “essersi svegliati”) e che indica un tentativo di appiattimento della lingua. Il woke nasce infatti come uno sforzo di rendere il linguaggio piatto e amorfo affinché nessuno si offenda.
Il woke secondo l’autore è irragionevole non solo perché toglie la possibilità di esprimersi come si ha sempre fatto e come si è ormai abituati, costringendo invece a sostituire vocaboli considerati offensivi con una terminologia nuova e appena comparsa, ma anche perché sono, il più delle volte, dei soggetti terzi (la cosiddetta “polizia della parola”) a prendersela per i termini utilizzati anziché le persone a cui ci si riferisce con quella determinata parola.
La diffusione del woke
La divulgazione della polizia della parola ha portato a radicali cambiamenti in diversi ambiti, anche lavorativi: le agenzie letterarie ricevono continuamente libri completamente piatti, per paura dell’autore di risultare politicamente scorretto. Nel settore giornalistico le regole della scrittura (i termini giusti, le modalità di scrittura, i principi fondamentali) sono vittime di un incessante cambiamento, dettato dai dizionari inglesi, padroni della lingua parlata. Filippo Facci si immedesima dunque in un lettore e si rende conto di quanto stia diventando a tratti difficile comprendere il contenuto di un giornale a causa di tutti i sinonimi che i redattori sono tenuti a utilizzare, al posto delle parole comunemente conosciute. Un’altra problematica secondo il Presidente della Fondazione Marche Cultura Andrea Agostini, è che con il passare del tempo, imparando ad avere paura di ciò che si dice, si arriva anche a temere ciò che si pensa e la polizia della parola si trasforma in una vera e propria polizia del pensiero.
Non migliori, né più buoni
Nella prefazione di Dizionario politicamente scorretto. Dalla cancel culture a Donald Trump si afferma che questo vocabolario si rivolge agli “ignoranti di una certa levatura culturale”, o come li descrive Filippo Facci “quegli idioti che non smetteranno mai di essere idioti, ma che sono convinti che l’idiota sia tu”.
Una categoria precisa di “idioti” che secondo l’autore comprende quelle persone che ignorano come l’uomo sia eticamente fermo da 50.000 anni: dall’età della pietra l’unico sviluppo comportato dall’umanità è quello culturale e tecnologico. Sono “idioti” coloro che pensano che lo sviluppo tecnologico e culturale sia necessariamente accompagnato da un’evoluzione etica: biologicamente rimaniamo sempre “homo homini lupus”, individui dall’atteggiamento egoista, che vedono i loro simili come presunti nemici.
È importante quindi comprendere che noi non siamo migliori di prima, né più buoni rispetto agli uomini preistorici, ma solamente più socialmente avanzati.
