Nella splendida cornice di Palazzo Castracane, il giornalista Matteo Giusti ha presentato il suo ultimo libro Africani brava gente. Dittature, golpe, guerre tra clan: cronologia del post-colonialismo, edito da Paesi Edizioni.
A conversare con lui, nell’ambito della Rassegna “Passaggi di Geopolitica”, la ricercatrice presso l’Istituto Affari Internazionali, Marianna Lunardini.
Parliamo di Africa, o meglio di Afriche
L’opera di Matteo Giusti mette in luce l’Africa con una diversa prospettiva. Lo stereotipo comune è quello di un territorio da aiutare, pieno di guerra e carestia. Il libro ribalta questa idea, poiché esaminando decenni di storia del colonialismo evidenzia soprusi, colpi di stato, e corruzione degli africani e della classe politica al potere, cercando di creare una distinzione tra le colpe dell’Occidente e quelle degli africani. Il titolo trae ispirazione dal libro Italiani, brava gente di Angelo Del Boca. Matteo Giusti non parla mai di Africa, ma di continente africano o meglio di Afriche perché all’interno si contano cinquantaquattro paesi, cinquantacinque comprendendo il popolo Saharawi.
“Ogni nazione ha dalle cinque alle settanta lingue diverse e numerose etnie: un continente complesso con una società e un’umanità ricca e complicata.”
Il neocolonialismo
A partire dal 1960, anno in cui numerosi stati africani ottennero l’indipendenza, il libro suddivide la storia per decenni e analizza le vicende occorse. Da ciò emerge come, anche dopo l’indipendenza, le potenze mondiali non hanno mai smesso di interessarsi al continente africano. Anzi, hanno sempre cercato di accaparrarsi l’influenza dei leader dei vari stati, anche a causa del clima di guerra fredda. Questo interesse però è continuato anche dopo la caduta del Muro di Berlino, mantenendo un clima di colpi di stato e di sovranismo.
“Nell’Africa di oggi tornano tanti stereotipi ed errori del passato. Il colonialismo nessuno discute sia stato il male assoluto. A mio parere il neocolonialismo è molto peggio, perché non ha neanche il buongusto di essere palese.”
Un territorio vasto e le sue difficoltà
Il 1960 ha visto cambiare il rapporto tra le potenze e le nazioni africane. Le due voci più limpide e belle del continente africano sono state abbattute: Patrice Lumumba per il Congo e Ahmed Ben Bella per l’Algeria. Nonostante il cambiamento di equilibri, rimasero le difficoltà logistiche delle nazioni, ad esempio la mancanza di collegamento tra una capitale e il resto del Paese. L’emblema dei problemi del continente africano è la Repubblica del Congo, la seconda nazione più grande: non ha strade per collegare città, infatti la capitale dista oltre duemila chilometri dalle province orientali e manca una concezione di stato perché è tutto in mano a gruppi ribelli che lo hanno sostituito. I problemi sono tanti e spesso vi è la mancanza di speranza, in particolare per paesi come il Congo, a cui Matteo Giusti è affezionato ma di cui riconosce la pericolosità.
I giovani-giovani
In altre nazioni non tutto è così irrecuperabile come in Congo. Alcune società hanno provato a reagire perché nel tempo si è sviluppata una classe definibile “borghesia africana” che è stanca di politici corrotti e di un potere statico. In Camerun è stato rieletto il politico Paul Biya, che ha 92 anni. Il Senegal, secondo Giusti, è l’emblema di chi sta reagendo: i giovani hanno capito che una rivolta democratica dal basso poteva trasformare il Paese, riaccendendo la speranza. I giovani africani sono “giovani-giovani”, a differenza dei giovani italiani che sono “giovani-vecchi”. Questo perché mentre i ragazzi italiani hanno l’idea di sistemarsi e trovare un lavoro, i giovani africani sono pronti a fare la rivoluzione. Ad esempio la gen Z in Kenya sta incendiando il paese a causa delle menzogne e delle false promesse subite.
Le Primavere Arabe
Il recente fenomeno delle Primavere Arabe ha in realtà portato a un vero inverno arabo: la situazione è ora peggiore dei tempi di Gheddaffi, Mubarak e Ben Alì. Quello delle Primavere Arabe era però un fenomeno eterodiretto, perché la Francia e gli Stati Uniti volevano la testa di Gheddaffi. In realtà quest’ultimo, in quanto dittatore sanguinario, teneva insieme gli equilibri della regione. Il suo abbattimento ha permesso l’inserimento dell’islamismo estremo in Africa Occidentale, che ora controlla intere fasce del Sahel portando avanti la criminalità. Questa situazione è stata sfruttata dai fondamentalismi per destabilizzare dei governi fondamentalmente fragili. Ad esempio la Guinea-Bissau è stata trasformata in un “narco-stato”: la marina va al largo a prendere i carichi di cocaina proveniente dal Sud America per farli passare attraverso il Sahara e giungere al Mediterraneo.
La percezione degli italiani secondo gli africani
Matteo Giusti racconta come in generali gli italiani vengano percepiti positivamente agli occhi degli africani, anche grazie al lavoro di missionari, ONG e dell’imprenditoria. Ad esempio la più grande diga del continente africano, la diga etiope, è stata costruita da un’azienda italiana. Gli italiani quindi sono considerati molto affidabili e piuttosto rispettosi. Nonostante gli africani siano coscienti di essere stati sfruttati dal colonialismo applicano un pragmatismo: gli errori del passato si possono riscattare, dimostrando di averli capiti e di rispettare la cultura, aiutandola a crescere. Il rapporto tra Africa e Italia fa riferimento anche la Piano Mattei, che ne regola la cooperazione. Ne è un esempio concreto l’Etiopia, con cui sta lavorando molto. Si è ottenuta la bonifica di un lago, il recupero di chiese rupestri e l’aumento della produzione di caffè. Al contrario la percezione verso la Francia e i francesi è negativa: non vogliono più avere a che fare con uno stato che la Françafrique e utilizza l’Africa come una cassaforte, con una moneta che dipende dal tesoro di Parigi.
Una cooperazione a volte impossibile
Non tutti i paesi sono coinvolti nel Piano Mattei. Con l’Eritrea è impossibile lavorare. Con la Somalia è molto complesso, perché gran parte del territorio è in mano ad affiliati di Al Qaeda. La Somalia britannica è stata riconosciuta da dicembre scorso da Israele, solo per poter avere una base da cui bombardare i territori circostanti e per instaurare un ripetitore che spii il continente. Con la Libia è difficile intessere rapporti, perché l’Italia riconosce il governo di Tripoli ma la maggior parte dei pozzi è in mano a un signore della guerra. Lo stesso vale per l’Egitto, Infatti quando ci fu la crisi per il caso Giulio Regeni, è stato inviato l’amministratore delegato di Eni e non il Ministro degli Esteri.
Alcuni risultati del Piano Mattei
Il Piano Mattei è un progetto di cooperazione tra Italia e Africa del valore di circa 5,5 miliardi di euro per promuovere lo sviluppo sociale ed economico del territorio africano. Quello che si è fatto fino ad ora è avvenuto sulla base delle richieste dei paesi africani stessi. Ad esempio l’Algeria e la Tunisia hanno chiesto ingegneri italiani per risolvere il problema delle acque reflue nei campi. Inoltre la Tunisia ha chiesto che alcuni studenti e alcune studentesse potessero apprendere l’artigianato nelle scuole italiane. In particolare questo progetto era rivolto alle donne, per far sì che apprendessero un lavoro da svolgere poi nel luogo di nascita. Matteo Giusti ha spiegato come riuscire a mantenere le donne nel paese d’origine facendole dedicare all’artigianato sia l’equivalente di salvare la società. Allontanandole si andrebbe a distruggere la rete sociale di un villaggio e di un paese in generale. Infatti questo avviene quando una donna subisce uno stupro: non le viene permesso di reintegrarsi nel villaggio e viene colpevolizzata. Lo stupro diventa quindi un’arma potente perché oltre che ledere la persona, lede l’intera comunità e l’intero tessuto sociale africano.
Nonostante questi risultati, non ci è ancora dato sapere quali saranno i risultati del Piano Mattei e se durerà.
