Andrea Matteotti Passaggi Festival 2026

Nel tardo pomeriggio di oggi, 24 giugno 2026, si è svolto l’incontro della XIV edizione di Passaggi Festival. In occasione della Rassegna “Piccoli asSaggi. La saggistica per diventare grandi“, avuta luogo presso la Mediateca Montanari di Fano, lo scrittore Andrea Franzoso, autore di “Lo chiamavano Tempesta. Storia di Giacomo Matteotti che sfidò il fascismo” (De Agostini), ha dialogato con Elena Matteotti, nipote del celebre leader socialista Giacomo Matteotti, e Valeria Patregnani, responsabile del Sistema Bibliotecario di Fano.

Un legame nato dai libri e dal destino

 

La complicità tra Elena Matteotti e l’autore è iniziata quasi per caso all’Abetone, in provincia di Pistoia. Durante un evento dedicato proprio ai nonni della signora Matteotti, era esposto il volume di Franzoso; non appena Elena lo ha preso in mano, tra i due è nata una connessione immediata. Nonostante la distanza iniziale, i due hanno continuato a tenersi in contatto. Franzoso ed Elena, peraltro, si incontreranno di persona per la prima volta a fine luglio a Comasine, in Trentino, visitando la casa degli antenati della famiglia Matteotti, oggi di proprietà di un amico dello scrittore. Il Polesine, terra natale del nonno di Elena, unisce idealmente diverse figure: è qui che si sono formati sia Andrea Franzoso sia Alessandro Stoppato, il conservatore che, superando le differenze politiche, ripose fiducia nel giovane Matteotti e lo spinse a proseguire gli studi. Lo scrittore ha inoltre accennato al suo legame con Adria, città natale di Giovanni Marinelli, il segretario del Partito Fascista che ordinò il sequestro e l’uccisione del politico socialista. L’autore, in particolare, ha sottolineato:

“Per scrivere di Matteotti è fondamentale mettersi nei suoi panni”.

La riscoperta della memoria familiare

 

Per Elena, la figura del nonno Giacomo è rimasta a lungo avvolta nel mistero, tanto da spingerla ad affermare:

“Gli studenti di oggi sono molto più informati di quanto io fossi alla loro età”.

La nipote di Matteotti sentì parlare per la prima volta di Giacomo solo alle scuole medie: nella sua famiglia, infatti, il racconto delle proprie origini era stato tenuto nascosto, probabilmente nel tentativo di rimuovere il trauma di una storia così dolorosa e violenta. Per riappropriarsi del proprio passato, Elena si è recata a Fratta Polesine insieme al figlio, raccogliendo le testimonianze di chi aveva conosciuto, direttamente o indirettamente, la sua famiglia. Lì ha iniziato a costruire una nuova identità, nella convinzione che

“vivere senza memoria significa non avere un’identità”.

Elena ha invitato il pubblico, in particolare i giovani (definiti “il nostro presente”), a fare propria la memoria storica. Ha inoltre specificato di non considerare il nonno un “martire”, termine che evoca una sottomissione passiva agli eventi, bensì un vero e proprio combattente.

Il ritratto di un uomo tenace e credibile

 

A Giacomo Matteotti non dispiaceva “spiacere” all’uditorio e spesso diceva infatti parole scomode. Un dettaglio questo che ha molto colpito Franzoso durante le sue ricerche. Il nonno di Elena era un uomo dallo spirito tenace, amante del lavoro ben fatto e dotato di idee chiare che non temeva di esprimere apertamente, anche quando risultavano scomode. Severo con se stesso e con gli altri, rifiutava gli esibizionismi retorici dell’epoca, attirandosi spesso delle antipatie. Franzoso lo ha definito un “politico credibile”, capace di incarnare i propri valori nella vita di tutti i giorni, focalizzandosi soprattutto sulla sua profonda umanità.

Oltre il Centenario

 

L’impegno di Franzoso a scrivere questo saggio è nato a Roma, davanti a Montecitorio. Dopo un’intervista spiacevole, l’autore decise di abbandonare l’apatia politica, chiedendo al governo che il 10 giugno venisse celebrata ufficialmente la figura di Matteotti. Da quel momento ha preso a cuore la causa, sostenendo che le celebrazioni non dovessero esaurirsi con il centenario del 2024 ma che da lì dovessero iniziare. Il contatto con gli studenti gli ha permesso di riscoprire il coraggio profondo di questa storia e l’obiettivo del libro è proprio quello di avviare un progetto di sensibilizzazione che possa partire dalle scuole.

Giacomo e Velia: l’amore e il coraggio

 

Un momento centrale della conferenza è stato dedicato al rapporto tra Giacomo e la moglie Velia. Attraverso la lettura delle loro lettere, Franzoso ha tratteggiato il carattere dei due coniugi e l’influenza che la donna ebbe sulle scelte politiche del marito. Entrambi, dotati di grande intelligenza, erano pienamente consapevoli dei rischi immensi che comportava l’opposizione al fascismo. In seguito, provata dal dolore e delusa dall’esito della giustizia, Velia decise di ritirarsi dalla parte civile, non credendo più nel processo. A testimonianza della grandezza di Matteotti, è stata citata anche una lettera di Gaetano Salvemini indirizzata a Velia negli anni successivi al 1924. Salvemini vi esprimeva tutta la sua ammirazione per Giacomo, sottolineando come avesse compiuto fino in fondo il proprio dovere ed ammetteva con amarezza che se l’Italia si era lasciata piegare dal fascismo era anche a causa di chi, come lui, non aveva saputo fare altrettanto. La conferenza si è chiusa emotivamente con le parole dello stesso Giacomo Matteotti, lette da un’ultima lettera scritta a Velia. In quel testo, il politico prometteva alla moglie che sarebbe presto tornato da lei e dai figli a Venezia. Una promessa che, purtroppo, la storia non gli ha permesso di mantenere.

CONDIVIDI!