Oggi 25 giugno, per la rassegna “Storia e storie“, si è tenuta la presentazione del libro “Doni maledetti: la giara di Pandora e altri miti” (Inschibboleth) di Agnese Giacomoni, che ha dialogato con Gino Cecchini.
Doni positivi o negativi?
All’interno del libro, Agnese Giacomoni ha esplorato il tema del dono, facendo importanti riferimenti a diversi personaggi mitici, raccontando le loro storie con una individualità che nel complesso appare comunque coesa. A differenza della cultura moderna, in cui i regali sono percepiti come atto di generosità e affetto, nel mondo greco i doni nascondo un briciolo di ambiguità tra inganno, distruzione e trappola. Si potrebbero fare numerosi esempi: il cavallo di Troia, la spada che Enea donò a Didone con la quale quest’ultima si suicidò, la cintura che Aiace donò ad Ettore e che Achille usò per legare il cadavere dell’eroe troiano al suo carro… Tuttavia, noi ci occuperemo soltanto dei due doni considerati tra i più importanti e significativi del mondo greco: il fuoco e la giara di Pandora.
Gli dei e i doni
Il rapporto che si instaura tra gli dei e gli uomini nello scambio di doni segue le stesse dinamiche di quello tra gli esseri umani, ma con una leggera differenza. Infatti, le divinità non donano agli umani, come i mortali fanno verso le divinità, a causa di una paura recondita di un castigo. Giacomoni ha citato Marcel Mauss, autore del libro “Saggio sul dono”, che individuò una sequenza ricorrente di passaggi: dare, ricevere, restituire. Queste fasi sono legate tra loro e determinano un movimento circolare, che può essere anche visualizzato nelle rappresentazioni delle tre grazie, non a caso disposte sempre in cerchio. Secondo Marcel Mauss, dunque, chi riceve il dono è automaticamente portato a ricambiare. Giacomoni ha concluso la prima parte del discorso spiegando come, secondo Platone, il dono più importante di tutti sia la follia divina, quindi una alterazione mentale di tipo artistico, perché l’unica che può sciogliere tutto ciò che nell’essere umano è rigido. Ad esempio, il dono del sonno, che scioglie le membra e crea dolcezza. Il sonno presenta, tuttavia, anche un lato oscuro: la morte che colse nel sonno i troiani quando venne incendiata Troia, l’accecamento nel sonno di Polifemo e molti altri esempi. Insomma, quando l’uomo è in balia del sonno, vengono alla luce tutte le sue debolezze.
Doni di fuoco
Il fuoco è come il sonno: ha carattere ambivalente. Da un lato è un dono positivo, perché rende possibili le arti e tutti i mestieri artigianali, dall’altro può diventare uno strumento di distruzione. Secondo il mito, il fuoco venne sottratto per ben due volte con l’inganno a Zeus da parte del Titano Prometeo, il quale era desideroso di donarlo agli uomini. Come punizione per il suo gesto, Zeus lo incatenò ad una roccia sul Caucaso e qui Prometeo constatò che, pur avendo donato il fuoco e di conseguenza tutte le arti che da esso derivano, gli uomini non avevano ancora raggiunto la felicità. Nonostante ciò il Titano continuò a fare doni all’umanità. Essendo Prometeo l’unica divinità a mettere gli uomini veramente al primo posto, i primi pensatori cristiani lo consideravano una figura pre-cristologica, cioè un’anticipazione simbolica di Cristo, e fu per questo spesso rappresentato anche nell’arte cristiana.
La giara di Pandora
Oggi si parla comunemente di “Vaso di Pandora” per indicare circostanze o situazioni nascoste o non ben conosciute che, una volta portate alla luce della conoscenza, si rivelano sempre rovinose e dannose. Giacomoni ha spiegato come, in realtà, nel testo di Esiodo, non si tratti di un vaso, ma di una grande giara (pithos), usata per conservare alimenti come vino, olio e cereali. L’errore nasce nel Cinquecento, quando Erasmo da Rotterdam tradusse erroneamente il termine greco con pyxis, cioè “vaso”. Un altro equivoco nasce dalla erronea interpretazione dell’espressione che indicava il cibo, ossia “penosi affanni”, che ha portato per molto tempo a collegarla a mali astratti. Secondo queste ricostruzioni storiche, a uscire dalla giara non sarebbero stati mali figurati ma la mancanza di alimenti, costringendo gli uomini a lavorare duramente per sopravvivere, dando origine alla fatica e alla mancanza di riposo. Nella giara rimane soltanto la speranza, che nel mondo greco è spesso collegata alla possibilità di salvarsi e al nutrimento. Anche noi abbiamo mantenuto proverbi di questo tipo, come “un briciolo di speranza” o “nutrire speranze”.
Donare da Romani
Antichi greci e e antichi romani hanno una concezione diversa del dono: i primi, essendo un popolo legato al mare, sono abituati ai cambiamenti e vedono i doni come qualcosa di ambivalente, che può portare sia benefici sia conseguenze negative. I romani, invece, vivendo sulla terraferma, ricercano stabilità e solidità. Per questo, come ci spiegano i poeti di età tardo-repubblicana, come Virgilio, Ovidio e Catullo, nella cultura romana il dono è strettamente legato alla fides, cioè alla lealtà e alla fiducia reciproca tra le persone. Il dono non ha valore in sé ma rappresenta il legame di fedeltà tra chi dona e chi riceve. Quando la fides viene meno, anche il dono perde significato, diventando inutile e privo di valore (in latino “irrita dona”).
