A Passaggi Festival nel cortile dello storico Palazzo Castracane si parla di poesia e non ci potrebbe essere luogo più adatto. Raccolto, costruito, protetto, l’atrio sotto un soffitto ligneo, il cortile vero e proprio libero verso il cielo, in questo spazio i versi risuonano perfettamente tra il chiuso e l’aperto, tra un’interiorità difesa e a tratti anche nascosta, e la ricerca della piena espressione di sé.
Qui, nell’ambito della rassegna ‘Passaggi diVersi’, il festival ha ospitato il progetto culturale e letterario de ‘La setta dei poeti estinti‘ guidato da Mara Sabia e Emilio Fabio Torsello, autori di “Sono tornato perché c’eri tu. La poesia che salva e come lo fa” (Solferino).
La presentazione del libro si è alternata ad un reading di componimenti poetici: poetesse e poeti del Novecento, da Alda Merini a Antonia Pozzi, da Raymond Carver a Primo Levi, in una lettura che ha inteso evidenziare la corrispondenza tra poesia e salvezza. Versi da scoprire e riscoprire, alcuni in una chiave meno scolastica, tutti capaci di parlare al presente con una forza che invece di scemare, col tempo sembra consolidarsi.
Poesia è salvezza
Nel titolo del libro, il verso ‘Sono tornato perché c’eri tu’ è tratto dalla poesia di Primo Levi ‘Cercavo te nelle stelle’ scritta nel 1946 e successivamente pubblicata nella raccolta ‘Ad ora incerta’
“Cercavo te nelle stelle”
Cercavo te nelle stelle / quando le interrogavo bambino. / Ho chiesto te alle montagne, / ma non mi diedero che poche volte / solitudine e breve pace. / Perché mancavi, nelle lunghe sere / meditai la bestemmia insensata / che il mondo era uno sbaglio di Dio, / io uno sbaglio del mondo. / E quando, davanti alla morte, / ho gridato di no da ogni fibra, / che non avevo ancora finito, / che troppo ancora dovevo fare, / era perché mi stavi davanti, / tu con me accanto, come oggi avviene, / un uomo una donna sotto il sole. / Sono tornato perché c’eri tu.Primo Levi
Si tratta di una delle più belle dediche d’amore di sempre -a Lucia, la donna che poi Levi sposerà- per l’anelito totalizzante a quel sentimento che non è solo pienezza umana ma anche spirituale, morte e vita, l’eternità proprio ora, nel tempo che ci è dato. E’ qui che, secondo gli autori del libro, emerge il parallelismo tra l’amore e la poesia come strumenti di salvezza e la lettura del ‘tu’ che determina il ritorno, acquista, così, una doppia valenza. Il verso diventa un’ancora che ci impedisce di essere trascinati nella tempesta, un gancio che ci solleva sopra le onde, il motivo per non arrendersi, il sollievo, l’ossigeno, la carezza.
Là dove nessuno guarda
Così è stato per Alda Merini che attribuì alla poesia il potere di averla salvata “dalle braccia del demonio”. Della poetessa milanese Mara Sabia ha letto i versi di ‘Terra Santa‘ nei quali l’esperienza dolorosa e cruda del manicomio si trasforma in una metafora di rinascita. Il tema del risorgere è evidente, secondo Sabia, anche nei primi versi di un’altra poesia molto famosa della stessa Merini:
“Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle /potesse scatenar tempesta”.
Emilio Fabio Torsello ha ricordato l’incontro con la poetessa davanti a più di 200 ragazzi, tutti in silenzio ad ascoltarla, le sigarette accese di lei nonostante il divieto, e la risposta alla domanda fatidica ‘come si fa a diventare poeti?’ che le rivolse una studentessa. “Per esser poeti – disse Merini- dovete essere capaci di innamorarvi del rivolo di fumo che danza, alzandosi da questa sigaretta”.
Perché gli occhi dei poeti vedono dentro e oltre le cose, ma, soprattutto, guardano là dove nessuno guarda.
La poesia che salva dall’oblio
L’incontro è proseguito con la rilettura di un classico: Giovanni Pascoli. Torsello spiega che è stata la visita alla casa natale del poeta a San Mauro Pascoli a influire sul cambio di prospettiva. Scoprono un poeta diverso da quello studiato a scuola, un uomo che aveva lottato tutta la vita per avere giustizia della morte del proprio padre. Nella celeberrima ‘La cavalla storna’, che diventa così la poesia della rabbia e dell’impossibilità di sapere, l’animale è un testimone muto che conserva in sé una verità insondabile. Sarà proprio la poesia – dice Torsello– a fare ciò che Pascoli non ha fatto in vita cioè vendicare l’ingiustizia, testimoniando e riportando vivo, nel presente, quanto, altrimenti, sarebbe caduto nell’oblio.
La bellezza ribelle dei versi
E poi la bellezza assoluta dei versi di Antonia Pozzi, poetessa morta suicida nel 1938 all’età di ventisei anni, che forse, anche per questo, conservano – ha spiegato Sabia – la giovinezza cristallizzata in un tempo infinito. Il racconto si snoda tra gli amori appassionati e il difficile rapporto col padre, Roberto Pozzi, figura molto rigida che della figlia influenzò la vita e le opere. Dopo la morte della poetessa, fu proprio il padre a pubblicarne le poesie per primo, ma lo fece epurandole degli aspetti più sensuali, cupi e passionali, tagliando e modificando. Il paradosso, ha sottolineato Sabia, è che la versione integrale dei versi di Antonia Pozzi sarà poi pubblicata da una casa editrice cattolica.
L’autrice ha letto ad alta voce ‘Bellezza’, una poesia che incarna la poetica di Antonia Pozzi in tutta la sua forza:
“Bellezza”
Ti do me stessa, / le mie notti insonni, / i lunghi sorsi / di cielo e stelle – bevuti / sulle montagne, / la brezza dei mari percorsi / verso albe remote. / Ti do me stessa, / il sole vergine dei miei mattini / su favolose rive / tra superstiti colonne / e ulivi e spighe. / Ti do me stessa, / i meriggi / sul ciglio delle cascate, / i tramonti / ai piedi delle statue, sulle colline, / fra tronchi di cipressi animati / di nidi / E tu accogli la mia meraviglia / di creatura, / il mio tremito di stelo / vivo nel cerchio / degli orizzonti, / piegato al vento / limpido – della bellezza: / e tu lascia ch’io guardi questi occhi / che Dio ti ha dati, / così densi di cielo – / profondi come secoli / di luce inabissati al di là / delle vette.
Antonia Pozzi
Gli autori hanno poi citato tanti altri poeti che il libro passa in rassegna, con versi indimenticabili: da Giuseppe Ungaretti, a Pablo Neruda, da Nazım Hikmet a Anna Achmatova, da Amelia Rosselli a Ghiannis Ritsos.
La poesia, presenza fisica e identità
L’incontro si è chiuso con il richiamo a un giovane poeta ungherese di Budapest. La storia è singolare ed emblematica: il giovane scrisse i suoi versi poco prima di essere fucilato, nel 1944, durante la marcia di evacuazione da un campo di deportazione a un altro. E proprio la poesia, ricerca di un’identità e anelito di salvezza, diede un nome, un volto, presenza e fisicità al suo corpo, ritrovato in una fossa comune nel 1947. Cucito nella giacca, infatti, fu rinvenuto un quadernetto dove, in più lingue, c’era scritto : “Poesie del poeta ungherese Miklós Radnóti“.
