Maurizio-Cucchi-Passaggi-Festival-2026

La prima edizione de “Il disperso” fu pubblicata da Mondadori all’interno della collana ‘Lo Specchio‘ nel marzo del 1976. Passaggi Festival ha celebrato i cinquant’anni anni dall’uscita del libro con un incontro dedicato all’autore Maurizio Cucchi, poeta, critico letterario, traduttore e giornalista, tra le voci più autorevoli della poesia italiana contemporanea.

L’autore ha conversato sul palco con il poeta Fabrizio Lombardo, nell’ambito della rassegna ‘Passaggi diVersi’ ospitata nel cortile di Palazzo Castracane.

 

Il contesto culturale

 

Il libro fu scritto in un contesto di grande fermento creativo per la poesia milanese e lombarda: è del 1966, tra gli altri, il primo libro di Giovanni Raboni ‘Le case della Vetra‘ ed è di pochi anni prima l’uscita de ‘La capitale del nord‘ di Giancarlo Majorino, del 1965 ‘La vita in versi‘ di Giovanni Giudici e del 1968 ‘La talpa imperfetta‘ di Tiziano Rossi. Poeti che colpiscono Cucchi per la loro capacità di innovare pur, dice, “senza autoproclamarsi tra gli innovatori“.

Di ‘espressionismo lombardo’ parla proprio Raboni nell’introduzione alla prima edizione de ‘Il disperso‘. Un espressionismo, scrive, “che ha avuto la sua lontana e grande matrice nella poesia di Carlo Porta; e che pian piano, senza mai pretendere di costruirsi in movimento o scuola, ha finito con l’occupare una posizione precisa e tutto sommato insostituibile anche nella poesia degli ultimi quindici o vent’anni segnando o accomunando il lavoro, per altri aspetti autonomo e appartato, di alcuni autori caratterizzati da un certo tipo di figuratività, di acribia morale e di implicita tensione narrativa“.

 

Il format dell’esordio e l’aneddoto del refuso

 

La prima edizione del libro si presentava nel nuovo format editoriale firmato da Bruno Munari: l’evidente blocco di colore in copertina sul quale risaltava il nome dell’autore e il titolo in basso, con un corpo più piccolo.  Cucchi rivela un dettaglio: il libro uscì con un piccolo refuso di stampa a pagina 71 dove “le persone” e “le cose” da “scagionate” divennero “stagionate“. Il disappunto iniziale, racconta, lasciò ben presto il posto all’onore e alla gioia per un esordio letterario così significativo, avvenuto a soli 31 anni.

 

Il titolo da Franz Kafka e altri influssi

 

Una notazione sul titolo: Cucchi ricorda come la scelta sia stata influenzata dal cosiddetto ‘romanzo americano’ di Franz Kafka pubblicato postumo da Max Brod nel 1927 e il cui titolo originale, ‘Il disperso‘, fu poi modificato in ‘America‘. I punti in comune con l’autore de ‘La metamorfosi‘ sono visibili anche sul piano della forma che tende alla frammentarietà e all’incompiutezza.
Il disperso, infatti, non è un personaggio, spiega Cucchi, indica piuttosto l’azione del disperdersi da parte del soggetto narrante attraverso gli altri personaggi che lui stesso incontra. Si vuol significare, quindi, qualcosa di più ampio, riferibile all’esperienza dell’individuo e della comunità che lo circonda.
Oltre a Kafka, importanti per l’autore furono anche gli influssi di Beckett di Eliot. Attraverso quest’ultimo matura la consapevolezza che non esista a priori il poetico e l’impoetico. Non ci sono, avverte Cucchi, esperienze o  parole che non possano essere utilizzate o trovare posto nella poesia, a condizione, naturalmente, di esserne capaci.

La parola poetica, spiega l’autore, deve arrivare al destinatario “perché il gesto della scrittura, anche nella poesia, non è per se stesso” ma, inizialmente, “è un gesto sociale“. In questo senso, partendo da un artigianato di fondo e da una gestione attenta dei termini, la poesia ha la possibilità può perseguire risultati straordinari.

 

Un dispersione di frammenti in cerca di connessione

 

Allo spunto di Fabrizio Lombardo che evidenzia nel libro il tema dell’inventario, degli elenchi che ritornano, di una sorta di archeologia degli oggetti, Maurizio Cucchi conferma di non esser mai stato attratto dalle trame. Aggiunge di aver seguito nella poesia questa sua inclinazione, legando tra loro frammenti di esperienze umane appartenenti a situazioni diverse, ma che potevano avere un elemento di connessione.
La dispersione non è, quindi, fine a se stessa, ma diventa una chiave per affrontare l’esperienza, la molteplicità e per trovare, attraverso la poesia, una coerenza, uno ‘stare’ nell’affastellarsi delle cose.

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