Nella giornata di venerdì 26 giugno presso il Pincio, si è tenuta la presentazione del libro “La mente si calma, la vita cambia” (Longanesi editore ) di Marco Ghiani e Valerio Perrone, fondatori della community “Stanza Zen” dedicata al benessere su cui condividono ogni giorno esercizi e istruzioni per rilassarsi. I due autori hanno dialogato con Luca Pascucci, fisioterapista ed insegnante di Mindfulness Yoga
Il cammino verso la mindfulness
Per raggiungere la mindfulness bisogna porsi due domande fondamentali: come stiamo e se stiamo facendo la cosa giusta per stare meglio. L’autosabotaggio, di cui molti purtroppo fanno esperienza, porta a grandi problemi di autostima a causa di condizionamenti sociali e di aspettative esterne. Nella mindfulness si parla spesso di ritrovare i noi bambini, dal momento che questi ultimi nascono amandosi, non disprezzandosi. Se riusciamo con coraggio a trovare la strada giusta per noi, possiamo raggiungere la felicità, che non è fare tutto ciò che si vuole, ma volere tutto ciò che si fa, quindi mettere noi stessi in tutto
Il primo falso mito della mindfulness
Uno dei falsi miti più diffusi sulla mindfulness riguarda l’idea che esistano emozioni “positive” ed emozioni “negative” e che queste ultime, come la rabbia, debbano essere evitate. Nel libro viene spiegato come si tenda spesso a pensare che una persona matura sia sempre imperturbabile ed impassibile, ma spesso non è così. Gli stati d’animo negativi sono naturali perché sono sintomo di un malessere che bisogna cercare di attraversare, non reprimere. Questo non significa tuttavia che ogni manifestazione di rabbia sia giustificata: è importante imparare a gestirla, perché se diventa incontrollabile non giova a nessuno. Infatti – come afferma Aristotele – è facile arrabbiarsi, ma ciò che è difficile è arrabbiarsi con la persona giusta, nella misura giusta e nel modo giusto. Dal momento che dietro la rabbia ci sono un sacco di altre emozioni, come il dolore, la mindfulness invita a osservare ogni stato d’animo con consapevolezza e con compassione amorevole, coltivando comprensione sia verso gli altri sia verso se stessi
Il secondo falso mito della mindfulness
Un altro falso mito sulla mindfulness è la convinzione che esistano emozioni “nobili” ed emozioni “non nobili” e che la meditazione e la spiritualità servano ad eliminare o mettere a tacere queste ultime. In realtà, la mindfulness non insegna a reprimere le emozioni, ma a riconoscerle e ad attraversarle nel modo giusto. Questo vale per il dolore, che non deve essere evitato, ma attraversato con consapevolezza e per questo, frasi come “pensa a chi sta peggio” raramente sono d’aiuto perché il fatto che altre persone soffrano più di noi non annulla la nostra sofferenza
Le tecniche di radicamento
Per uscire dalla testa è importante tornare nel corpo, quindi nella realtà ed in questo il grounding e le varie tecniche di radicamento sono fondamentali. Quando parliamo di grounding ci riferiamo ad un insieme di tecniche che aiutano a riportare l’attenzione al momento presente, con lo scopo di aiutarci nella gestione di stress, ansia o sensazioni di dissociazione. Una delle pratiche più semplici e veloci che si possono applicare in ogni momento è quella del del “333”: guardate tre cose, sentire tre cose e toccare tre cose. Questi passaggi ci riconducono nel presente perché ci permettono di staccare la mente intasata da altri mille pensieri
La scrittura terapeutica
Oltre alla mindfulness, si parla anche di un’altra strategia fondamentale: la scrittura espressiva. Secondo gli psicologi la scrittura permette di liberare la mente e ridurre lo stress perché, quando scriviamo, compiamo un gesto rivoluzionario in quanto ci concentriamo particolarmente sulla nostra persona. La consapevolezza delle parole è importante perché rispecchia i nostri pensieri. Tuttavia, la psicologia ha individuato un sacco di errori di comprensione, determinati dalle stesse parole, quali ad esempio il termine “devo”. A volte, purtroppo, la vita rischia di diventare schiava del dovere, cosa non necessaria visto che molte volte siamo noi ad imporci degli obiettivi per sollecitazione esterna.
A questo punto, non ci resta che ritrovare i “noi bambini”, senza paura
