Nadia Urbinati Passaggi festival

A chiudere la rassegna “Storia e Storie” nella prima giornata di Passaggi Festival 2026 sono Nadia Urbinati e Luca Baldissara con “Nata democratica”, edito da Il Mulino. Gli autori conversano con Stefano Pivato, storico e saggista italiano, nella splendida cornice di piazza Marcolini

 

Democrazia sì o no?

 

In apertura del libro troviamo un dialogo che contrappone Ferruccio Parri, ex Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, e Benedetto Croce, filosofo ed ex membro dell’Assemblea Costituente della Repubblica italiana. Parri sostiene che nel 1946 la democrazia fosse solo agli inizi, mentre Croce afferma invece che prima del fascismo l’Italia fosse già uno dei paesi più democratici del mondo, sostenendo la tesi del fascismo come una parentesi della politica italiana. Questo pensiero si inserisce nella teoria dello “smarrimento dello spirito” di Croce. Secondo il filosofo, con la fine del regime fascista l’Italia poteva riprendere il suo periodo democratico interrotto, democrazia che però si configurava come una democrazia giolittiana e non come la democrazia liberale che noi siamo abituati a conoscere oggi

 

La nascita del movimento partigiano

 

Il 2 giugno 2026 abbiamo festeggiato una ricorrenza molto importante: l’ottantesimo anniversario del suffragio universale in Italia. Nata democratica significa che la Repubblica Italiana è effettivamente nata democratica, cosa non scontata dato che non è per tutte così. La data del 2 giugno si configura oggi come giorno di festa, libero dal lavoro, il giorno del cittadino e della cittadina che escono di casa ed entrano nella dimensione politica. Per le donne si è trattato della prima volta in assoluto, finalmente non erano più escluse dalla partecipazione alla vita politica del proprio paese. Come era stato possibile tutto questo? La conquista del diritto di voto universale in tutti i paesi democratici è stata vissuta come una lunghissima lotta, ma in Italia si è assistito invece ad un processo incredibilmente veloce. Nel 1945 il primo decreto del governo Bonomi ha deciso l’estensione voto alle donne e dopo un anno si arriva anche al diritto di essere votate. Si arriva praticamente subito, senza discutere, ma quale è stato il reale motivo dietro tutto questo? Il fulcro di tutto è stato il tracollo politico, istituzionale e militare dello Stato italiano nel 1943, che si rivelò essere un’occasione d’oro per le donne e per chi non godeva di diritti. Nel settembre del 1943 nascono infatti i primi movimenti partigiani, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre. Donne giovanissime decidono di lasciare la propria casa e combattere, entrando in un mondo che era ben altro rispetto a quello conosciuto fino a quel momento. Le donne entrano in questo mondo con le armi proprio come fanno gli uomini, ed esattamente come loro partecipano alla liberazione conquistando il diritto di voto

 

Donne con i pantaloni

 

Cerchiamo ora di analizzare le motivazioni che hanno spinto così tante giovani ad uscire di casa ed unirsi alle bande partigiane.  Alcune affermano di essere state mosse dal desiderio di essere finalmente libere, altre dal desiderio di poter portare i pantaloni. Oggi ci fa quasi sorridere pensare che qualcuno possa ardentemente desiderare di indossare dei pantaloni, ma forse commettiamo lo sbaglio di pensare che le cose siano sempre state così come le conosciamo oggi. Ada la moglie di Piero Gobetti, giornalista, filosofo e famoso antifascista italiano, racconta la gioia unita all’angoscia del poter fare come si voleva. Il desiderio era quello di obbedire da liberi come fanno gli uomini, nel senso che si fa insieme la norma a cui si decide di sottostare. Ada ricorda però l’iniziale sconforto nel constatare che anche nelle bande partigiane le richieste nei confronti delle donne erano sempre le stesse: si pretendeva da loro il lavoro domestico, le stesse mansioni che svolgevano nelle case, con la differenza sostanziale di poterle eseguire come donne libere

 

Il valore della scelta

 

A partire dall’8 settembre 1943 la scelta coraggiosa di numerosi uomini e di altrettanto numerose donne è stata quella che ha poi determinato la loro (e soprattutto la nostra) libertà. La Repubblica Italiana nasce democratica proprio perché nasce come una scelta. Persone normali si sono ritrovate contro la loro volontà in situazioni estreme, senza stato ed esercito e dovendo decidere se stare da una parte o dall’atra, comprendendo il valore della scelta. Armi necessarie nelle mani di persone ordinarie che le hanno dovute imbracciare per poter esser liberi, senza più gerarchie. Dobbiamo tenere presente che si tratta di un’epoca in cui la violenza era la cifra di ogni giorno e quindi la questione delle armi non va letta alla stregua di un fenomeno terroristico, ma va ricondotta alle vicissitudini storiche. L’8 settembre del 1943 crollano ogni forma di autorità ed autorevolezza in un paese non abituato a discutere. Gli italiani si ritrovano improvvisamente consegnati a sé stessi, quando fino a quel momento erano sempre stati sudditi abituati ad obbedire e non a discutere. Non dobbiamo fare il grossolano errore di credere che la nostra Repubblica sia nata improvvisamente il 2 giugno 1946 con il referendum. L’anno zero è già il 1943 con il popolo italiano abbandonato a sé stesso ed è proprio qui che si trova il senso, la pulsione che ha portato poi alla necessità di misurarsi con gli altri. È in questo modo che diventa fondamentale la scelta delle armi, come scelta di responsabilità, sia di potere esser ammazzati che di ammazzare. La scelta di un’opposizione armata crea le condizioni per affermare la volontà di riscatto dalle responsabilità che il regime ha avuto nella guerra

 

Un importante quinquennio

 

L’obiettivo ultimo del libro come affermano gli autori Nadia Urbinati e Luca Baldissara è smettere di ritenere che le ricorrenze del 25 aprile e del 2 giugno siano isolate l’una dall’altra. Si tratta di un intero ciclo che si srotola dal 1943 al 1948, sono gli anni più cruciali della storia italiana. In questi preziosi cinque anni il nostro paese distilla le precondizioni della democrazia e in un quinquennio si fa la storia che in altri paesi si è fatta in cento anni e più. L’Italia è stata in grado di bruciare queste tappe soprattutto grazie al sacrifico di coloro che in nome di un’ideale hanno deciso di imbracciare le armi.  La nostra costituzione non nasce scritta da altri (e ripetiamo che in questo siamo gli unici in Europa), ma è stata scritta da un’assemblea costituente votata dagli stessi cittadini italiani. Questa autonomia è stata conquistata, non è stata data da nessuno e noi oggi dobbiamo esserne grati e percepire la nostra costituzione come un documento etico, forse l’unico costruito da noi in maniera così orizzontale. I diritti non sono un qualcosa che deve essere dato, i diritti ci sono e basta e devono essere riconosciuti e protetti da noi e dalle istituzioni che abbiamo creato.

 

Nadia Urbinati conclude l’incontro sviscerando il termine “patria”. Si tratta di una parola estremamente complicata e soggetta a numerose contaminazioni. La patria non esiste di per sè, è un’idea, una contaminazione, è  un artifizio che non ha limiti di interpretazione. Riportiamo a tale proposito le parole di Carlo Rosselli, filosofo e giornalista italiano antifascista ucciso per mano di sicari pagati proprio dal regime:

Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide con il nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi

CONDIVIDI!