Nella serata conclusiva di Passaggi Festival, il Pincio gremito di persone, ha accolto con entusiasmo la giornalista e scrittrice Rula Jebreal, intervenuta per presentare il suo ultimo libro, Genocidio. Quello che rimane di noi nell’era neo-imperiale edito da Piemme. A dialogare con lei, nell’ambito della Rassegna Fuori Passaggi, la giornalista di Vanity Fair Silvia Bombino. L’incontro ha visto presente anche l’interprete LIS, la Lingua Italiana dei Segni, in collaborazione con l’Ente Nazionale per la Protezione e Assistenza dei Sordi.
L’intenzionalità degli israeliani
Il tema di cui si fa portavoce Rula Jebreal è davvero molto sentito, come dimostra il pubblico radunatosi per ascoltarla: la giornalista afferma di non aver mai ricevuto prima d’ora un’accoglienza del genere.
Dalla pubblicazione del libro, avvenuta a marzo, c’è stata un’accelerazione di eventi.
“Stiamo assistendo ad un genocidio in mondovisione, allo sterminio totale di un popolo –il mio popolo- e ad un’ulteriore dimostrazione di quanto la società civile sia più avanti della politica”.
Quello che colpisce Rula è quanto gli israeliani abbiano da sempre dichiarato apertamente i loro obiettivi: usare la fame e la malattia come arma di sterminio, per costringere i palestinesi a lasciare Gaza. L’intenzionalità, che è di solito uno degli aspetti più difficili da dimostrare in un genocidio, qui appare dal primo giorno. A prova di ciò vi sono documenti televisivi, articoli come quello del generale Giora Eiland e ottomila prove video di soldati che si fanno i selfie mentre commettono crimini di guerra, in un clima di totale impunità.
Fame e bombardamenti
La scrittrice ha raccontato come anche la semplice distribuzione di cibo si trasformi in un’occasione di morte a Gaza. Ad essere uccisi sono bambini palestinesi che cercano cibo e in cambio ricevono colpi di mitragliatrici, di droni da caccia o di granate. I loro corpi diventano irriconoscibili e il prezzo di un panino si paga con la vita umana. Jebreal mette in luce quanto l’esercito israeliano utilizzi la fame come arma di guerra, per “sfoltire” la popolazione: persino il latte per neonati non può entrare a Gaza.
I numeri del massacro
I dati contano 75.000 morti da gennaio, ma c’è uno studio emerso 48 ore fa dall’Università di Harvard che afferma che sono oltre 377.000 i palestinesi che mancano all’appello a Gaza. Probabilmente la maggior parte di loro, per lo più bambini, sono sotto le macerie. Israele non permette l’ingresso di ruspe, né di giornalisti internazionali. Jebreal contesta anche le voci che parlano di queste vicende come di una strage molto grande, negando che si tratti di un genocidio. Liliana Segre definì le vittime di genocidio come “uccisi per la colpa di esser nati”. Questo concetto è applicabile anche a Gaza e ciò che sta avvenendo è un genocidio vero e proprio, come affermano i più autorevoli esperti di diritto internazionale. Non può esistere solo l’Olocausto come genocidio, ma dopo di esso ce ne sono stati tanti altri, con caratteristiche proprie: in Bosnia, in Myanmar, in Ruanda.
Olocausto e antisemitismo
Rula Jebreal mette in luce come il governo di Israele si è servito anche di due armi aggiuntive: l’antisemitismo e l’Olocausto. Quest’ultimo è utilizzato come giustificazione per il genocidio attuale, come a voler dire di evitare ogni critica, visto ciò che è successo in passato. Così si fa leva sul senso di colpa e si ottiene ad esempio l’aiuto della politica tedesca, che si sente in dovere di sostenere Israele nonostante tutto ciò che sta facendo.
“I ministri israeliani hanno detto in tutti i modi di voler sterminare i bambini palestinesi, poiché sono i terroristi del futuro: se questo non è genocidio io non so cosa è”.
Inoltre viene utilizzata anche la strategia dell’accusa di antisemitismo, per delegittimare idee che ostacolino Israele. Nonostante abbia sempre funzionato, qualcosa è cambiato perché ad esempio in America il candidato sindaco di New York, che è stato accusato di antisemitismo, è stato votato dalla maggioranza degli ebrei americani, giovanissimi. Questo per dimostrare che ciò che compie Israele non è in loro nome, non li rappresenta.
Oslo, la pace tradita
La scrittrice ha ripercorso anche la storia degli accordi di Oslo del 1993, con i quali i palestinesi accettarono un accordo di pace con Israele nella speranza di costruire uno stato in cui poter crescere i propri figli. A firmarlo furono il presidente israeliano Yitzhak Rabin e il palestinese Yasser Arafat. Tra il 1993 e il 2000 Israele in realtà continuò la colonizzazione dello stato ponendo insediamenti in territorio palestinese. Il processo di pace morì con Rabin, assassinato da due terroristi. Da lì in poi fu un susseguirsi di vicende che testimoniano come tutto sia iniziato molto prima del 7 ottobre 2023.
Uno stato binazionale
La proposta politica di Jebreal per risolvere la questione è netta, ovvero quello di applicare un modello di coesistenza simile alle città del Nord, come Nazareth, in cui arabi ed israeliani convivono. Ad esempio il 48% degli operatori sanitari israeliani è palestinese, il 30% è israeliano. La convivenza è possibile, non è necessario uno stato palestinese a parte.
Il ruolo dell’Italia
Un momento di scalpore è stato quando l’Italia ha accettato di aiutare Adam, l’unico figlio superstite della pediatra palestinese Alaa, che in condizioni gravissime è stato operato al Niguarda. La stessa Italia che nel frattempo ha venduto cinque milioni di armi e munizioni, ha salvato un bambino e pensiamo che questo basti per far sì che i palestinesi siano grati agli italiani. Rula Jebreal sarebbe grata se smettessimo di vendere bombe a Israele, se smettessimo di usare la tecnologia italiana per spiare giornalisti e se rispettassimo il mandato di cattura contro Benjamin Netanyahu. Soprattutto sarebbe ancora più grata se il giorno del voto tra una paio di anni ricorderemo tutto ciò che è accaduto, perché non si può affidare la sicurezza nazionale a chi è disposto a compromettere i principi durante un genocidio, che costituisce la linea rossa.
Il genocidio inizia con le parole
Rula Jebreal è docente all’Università di Miami, dove tiene un corso sui temi della propaganda e del genocidio. Quest’anno ha dovuto affrontare con profondo dolore il genocidio del suo popolo. L’insegnamento principale è che ogni genocidio inizia con le parole ed in particolare con la propaganda, le bugie e la disumanizzazione collettiva. Il genocidio a Gaza è iniziato con delle grandi bugie tra cui la notizia di quaranta bambini decapitati, completamente inventata. Il 7 ottobre 2023 sono stati uccisi trentasei bambini dai 9 mesi a 17 anni, ma nessun bambino è stato decapitato. Ciò vale anche per le accuse di stupro rivolte ad Hamas a cui lei stessa ha creduto, perché per la sua storia personale tende a credere alle donne. Avendo però l’obbligo come giornalista di indagare e raccontare la verità, ha cercato di affidarsi a delle prove. Eppure non esiste nessuna indagine e nessuna denuncia che provi il reale avvenimento degli stupri. Intanto dentro le carceri israeliane vengono stuprati i medici palestinesi, tra cui un suo amico che ha dedicato la vita a salvare persone ma è stato stuprato con l’accusa di far parte di Hamas. Israele ha centinaia di cadaveri che trattiene nelle celle frigorifere, perché costituiscono delle prove.
Secondo Rula, la più grande bugia del secolo è che sia una democrazia.
La morte del diritto internazionale
Come diceva Martin Luther King, “L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque”.
Il diritto internazionale, ottenuto faticosamente durante la seconda guerra mondiale, viene calpestato ogni giorno. Rula Jebreal afferma che i vertici europei e l’Occidente collaborano alla distruzione del diritto internazionale. La dottrina sganciata a Gaza non rimarrà isolata, ma finirà per essere esportata e far sì che il mondo intero diventi un campo di battaglia. Se i palestinesi non sopravviveranno, l’Occidente intero sarà considerato colpevole e complice di questo genocidio.
La testimonianza di una bambina e la decisione di scrivere
A fine serata Rula Jebreal ha confessato il motivo per cui ha deciso di scrivere questo libro. Tramite alcuni suoi colleghi americani, ha potuto ascoltare una telefonata registrata di una bambina di sei anni, intrappolata in una macchina dopo che lo zio, la zia e la sorella sono stati uccisi nel tentativo di fuggire da Gaza. Al telefono con la Croce Rossa, la piccola dice di aver paura, di essere sola, di voler essere salvata. Per cui Israele concede di far arrivare un’ambulanza nel luogo esatto in cui si trova la bambina. Da quel momento si interrompono le comunicazioni. Il corpo della bambina viene trovato settimane dopo con 335 pallottole; i due operatori sanitari dell’ambulanza sono stati uccisi e l’ambulanza schiacciata da un carro armato. La voce di questa bambina l’ha spinta a scrivere questo libro, per cercare di agire ora, di salvare ora i bambini ed evitare che qualcuno si lavi la coscienza tra anni.
L’incontro si è chiuso con la lettura della lettera di addio di un giornalista palestinese ucciso il 24 marzo 2025, a soli 23 anni. Il suo ultimo appello, rivolto al pubblico internazionale, è un monito:
“Non smettete di parlare di Gaza. Non smettete di parlare delle sue vittime e dei suoi bambini. Non lasciate che il mondo distolga lo sguardo. Continuata a lottare, a resistere finché la Palestina non sarà libera”.
