Durante la seconda giornata di Passaggi Festival, la psicologa e psicoterapeuta Barbara Volpi ha tenuto una rassegna di forte impatto sociale, dal nome “Buongiorno Passaggi. Libri a colazione“, dialogando con la psicologa Cleila Raffaele e presentando le tesi del suo ultimo libro: L’attaccamento digitale. Famiglie connesse nell’era dell’IA(Il Mulino). Al centro del dibattito, svoltosi nella giornata del 25 giugno 2026, c’è una visione trasparente della quotidianità, in cui il legame con i dispositivi sta cambiando radicalmente le relazioni umane.

Una socialità frammentata

 

L’autrice ha aperto il suo intervento descrivendo un fenomeno ormai visibile a chiunque: la trasformazione delle uscite sociali e delle cene tra amici o in famiglia. Quelli che un tempo erano i luoghi d’elezione per lo scambio verbale e la condivisione emotiva, oggi si trasformano frequentemente in scenari di isolamento collettivo. I giovani (ma sempre più spesso anche gli adulti, come specifica la Volpi) siedono allo stesso tavolo trascorrendo più tempo a scrollare i propri feed sui social network che a comunicare con chi hanno di fronte. Questo cambiamento nel relazionarsi definisce l’attaccamento digitale, una forma di dipendenza dall’oggetto-schermo che si sostituisce alla presenza reale, che inibisce la capacità di stare nel qui presente.

La questione dei “primi passi”: la fascia 0-2 anni

 

L’analisi della dottoressa Volpi si è poi spostata su una delle fasi più delicate dello sviluppo umano: la primissima infanzia, in particolare la fascia d’età che va dagli 0 ai 2 anni. Su questo punto la raccomandazione della psicoterapeuta è stato assoluto: è fondamentale non indirizzare i neonati verso il mondo digitale a un’età così precoce. L’abitudine, ampiamente diffusa, di utilizzare smartphone o tablet come “babysitter digitali” o come calmanti rischia di compromettere le basi stesse dello sviluppo cognitivo.

Abituare un bambino piccolissimo a usare i dispositivi elettronici come soluzione alla noia o per contenere pianti e capricci significa privarlo di una competenza fondamentale, ovvero la capacità di di autoregolarsi. Dal punto di vista psicologico, il bambino ha un bisogno vitale di comprendere il mondo intorno a sé in modo attivo. Questa comprensione passa attraverso i cinque sensi, il movimento nello spazio, l’interazione con i genitori e la manipolazione degli oggetti reali. Sostituire questa complessa esplorazione sensoriale con uno schermo significa spingere il neonato a isolarsi sin dalla tenera età, creando un imprinting in cui lo schermo diventa l’unico mediatore tra sé e la realtà.

La distrazione come rifugio durante l’adolescenza

 

Proseguendo durante l’incontro, Barbara Volpi ha riconosciuto con grande empatia la profonda difficoltà sociale che caratterizza i ragazzi di oggi, una generazione che si trova a fare i conti con aspettative elevatissime e pressione sociale altrettanto insistente. In questo contesto, la risposta più comune e immediata dei giovani è il rifugiarsi nel mondo virtuale.

Il digitale viene vissuto dagli adolescenti come una via di distrazione e, soprattutto, come una semplificazione della realtà. Online le dinamiche sembrano più controllabili: si può decidere quando rispondere, come mostrarsi e quali filtri applicare alla propria vita. Questo comportamento, ha spiegato la psicoterapeuta, può indubbiamente diventare problematico sulla lunga distanza se non viene monitorato, poiché rischia di cronicizzarsi in forme di ritiro sociale ed emotivo. Tuttavia, la Volpi lancia una sfida culturale: questo atteggiamento non va demonizzato. Considerare lo smartphone come il “male assoluto” non fa altro che allontanare i figli, spingendoli a nascondersi e a considerare l’adulto come un nemico che non capisce i loro bisogni.

L’appello ai genitori e il superamento della forza

 

Da qui si raggiunge il succo dell’intervento della Volpi a Passaggi Festival: un sentito appello ai genitori. La strategia del conflitto frontale ha fallito. Costringere i figli a smettere di stare al cellulare con la forza, magari attraverso sequestri punitivi, urla o minacce, non produce alcun risultato educativo se all’atto di forza non si accompagna una proposta di iniziative alternative e stimolanti.

La chiave risiede nell’approccio dialogico. I genitori sono chiamati a fare un passo indietro rispetto al giudizio e un passo avanti verso la curiosità nei confronti del mondo dei figli. Bisogna favorire il dialogo e fornire spazi in cui i ragazzi possano aprirsi liberamente. L’obiettivo dell’adulto deve essere quello di farsi spiegare, con sincero interesse, quale sia la spinta profonda, il malessere o l’esigenza che li porta a focalizzarsi sul digitale così spesso. Solo comprendendo se dietro a quello schermo si nasconde la paura del fallimento, la noia, la ricerca di approvazione o il bisogno di appartenenza, si può rimuovere la dipendenza.

Il metodo delle “3 A”

 

Per tradurre questa filosofia in azioni quotidiane concrete, Barbara Volpi ha strutturato e presentato il metodo delle 3 A, un codice di condotta che i genitori dovrebbero tenere a mente nell’era dell’intelligenza artificiale e dei social network:

  • Accompagnamento: I genitori non devono configurarsi come sceriffi o, al contrario, abbandonare i figli a se stessi nella giungla del web. Devono essere alleati, camminando al loro fianco e guidandoli nella comprensione dei meccanismi digitali, spiegandone rischi e opportunità.
  • Autoregolazione: Invece di imporre limiti rigidi dall’alto, che generano solo rabbia e tentativi di aggirare le regole, è necessario educare i ragazzi alla gestione autonoma del tempo online. L’obiettivo è far sì che il giovane scelga consapevolmente di posare il telefono, sviluppando un senso critico interno dello scorrere del tempo.
  • Ascolto: Significa praticare un ascolto autentico e profondo dei loro ragionamenti, ponendosi in una condizione di accoglienza empatica. I genitori devono fare uno sforzo consapevole per senza etichettare i loro atteggiamenti come pigri o asociali.

Essere dalla parte dei figli durante questa complessa fase di transizione significa accettare la sfida tecnologica senza subirla, ricordando che nessun algoritmo potrà mai sostituire il valore di una presenza saggia, accogliente e profondamente umana.

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