Venerdì 26 giugno Matteo B. Bianchi, scrittore di fiction e autobiografie, i cui libri più famosi appartengono a quest’ultimo genere, è stato ospite a Passaggi Festival per la rassegna “Libri che parlano di libri” per presentare il libro “Il romanzo che hai dentro. Guida personalissima alla scrittura autobiografica”, Utet.

 

 

I tre tipi di autobiografia

 

Durante l’incontro Matteo B. Bianchi ha presentato i tre tipi di autobiografia, illustrati inoltre all’interno del libro, che, come ha spiegato, possono essere utilizzati non solo da coloro che sono intenzionati a scrivere un vero e proprio libro ma anche da coloro che desiderano mettere per iscritto gli avvenimenti della propria vita, per se stessi o per condividerli ad altri in modo che possano comprenderli, come ha fatto proprio l’autore quando scrisse “La vita di chi resta” (Mondadori).

La prima tipologia è l’autobiografia “classica”, che generalmente parte dall’infanzia del protagonista e arriva fino al giorno d’oggi o alla sua età più matura; questo genere, ha spiegato l’autore, è tipico delle autobiografie di personaggi famosi, come popstar, politici o cantanti, e ha dei lettori garantiti, ossia il gruppo di affezionati al protagonista. Dietro a questo genere, però, si cela spesso uno scrittore che non è il protagonista ma un ghost writer.

Il secondo tipo di autobiografia è la “narrativa autobiografica” o “memoire”, quella erroneamente considerata più facile, scritta da uno “sconosciuto”, che ti consente innanzitutto di parlare solo di un’esperienza o di un aspetto della tua vita, lasciandoti quindi la possibilità di scrivere più di un’autobiografia e, inoltre, non essendo una storia eccezionale, di permettere al lettore di immedesimarsi nelle vicende narrate perché sono l’esempio di una vita normale, ben più simile a quella di tutti i possibili lettori. All’interno di questa tipologia di autobiografia ognuno può raccontare i propri ricordi come li ha filtrati durante la propria esperienza, in modo che potrebbe quindi risultare completamente diverso a qualcun altro presente nella medesima situazione.

Il terzo e ultimo tipo di autobiografia è l’autofiction, un genere in cui lo scrittore intreccia la sua vita e le sue esperienze alla fiction oppure in cui parte dalla sua vita, scegliendo ad esempio se stesso come protagonista, ma proseguendo all’interno di un contesto di fiction.

 

 

Racconto o pagina di diario

 

In seguito all’iniziale spiegazione dei tre tipi di autobiografia, lo scrittore ha chiesto al pubblico la differenza tra un’autobiografia scritta in chiave di racconto e un’autobiografia scritta come pagine di un diario. La distinzione emersa dagli interventi dei presenti è il destinatario: mentre nel racconto il destinatario è qualcuno che non sa niente di me, della mia storia, dei personaggi che ne fanno parte e delle ambientazioni, nella pagina di diario il destinatario sono io e non ho bisogno di dare chiarimenti in quanto conosco già tutto. Inoltre, nel racconto devo tenere in considerazione gli elementi narrativi e a questi adeguare le trame e gli sviluppi avvenuti nella mia vita che devo necessariamente raccontare nella narrazione.

 

 

Cosa racconto? Come lo racconto?

 

Queste sono le due domande fondamentali che chi è interessato a scrivere un’autobiografia si deve porre; fondamentali in questo ambito sono i toni che scelgo di utilizzare per raccontare diversi avvenimenti, ad esempio Matteo B. Bianchi ci ha parlato del primo amore, che può essere narrato in modo drammatico, ironico, nostalgico ecc.

Inoltre, anche rispetto ai personaggi è necessario fare ordine, infatti, per citare un altro esempio dell’autore, se si decide di parlare del periodo delle scuole superiori si dovrà scegliere quali personaggi raccontare e rendere fondamentali all’interno della narrazione, poiché è impossibile inserire accuratamente tutti i venti compagni di classe.

Matteo B. Bianchi ha poi fatto riferimento alla tendenza degli emergenti di scegliere grandi città, ad esempio New York, come ambientazioni per i loro libri, anche se è consigliato scegliere la propria città, anche se piccola, perché conoscendola bene può essere resa un personaggio ed essere raccontata.

 

 

Da Paolo Nori a Joe Brainard

 

Durante il corso dell’incontro l’autore ha citato diversi altri scrittori, in particolare alcuni che hanno utilizzato per le loro autobiografie delle tecniche curiose; tra questi vediamo ad esempio Paolo Nori, che nel libro “Grandi ustionati” (Mondadori) ha scelto di far raccontare ad un’altra figura presente nella narrazione l’incidente più traumatico della sua vita, che è inoltre un elemento fondamentale del racconto, oppure Veronica Raimo, che nella sua autobiografia “Niente di vero” (Einaudi) utilizza un tono fortemente ironico e iperbolico per accentuare i comportamenti del fratellino che la facevano come sentire invisibile.

Infine, Matteo B. Bianchi ci ha parlato dell’autobiografia con “mi ricordo”, un genere di autobiografia inventato dallo statunitense Joe Brainard, particolare ma allo stesso tempo possibile da utilizzare sia per esperienze personali che collettive ma soprattutto alla portata di tutti, grandi e piccoli, scrittori e non.

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