La seconda serata della Rassegna “Fuori Passaggi Music & Social 2026” ha visto come protagonista Francesca Crescentini, traduttrice e divulgatrice letteraria, nota come Tegamini, che ha presentato il suo libro La vendetta è un ballo in maschera. Un anno con Il conte di Montecristo, Einaudi.
A conversare con lei sul palco del Pincio di Fano, è stata la critica letteraria Giulia Ciarapica, dando vita ad un “dinamico duo”.
Per la prima volta in veste di autrice
Francesca Crescentini, alias Tegamini, è per la prima volta dalla parte di chi viene intervistato. Nella sua carriera di divulgatrice letteraria, infatti, è sempre stata colei che intervista. Invece in quanto traduttrice, raramente le è capitato di dover parlare del libro, poiché nel tradurre si sente propria l’opera, ma ci si deresponsabilizza. Sul palco di Passaggi Festival è quindi in veste di autrice, entusiasta di portare il suo libro per dare vita ad un contatto reale con il suo pubblico, oltre ai contatti social che già da anni intrattiene.
Un “oggetto bizzarro”
Il suo libro, che lei stessa definisce “un oggetto bizzarro”, è un esperimento volto a far riscoprire la passione per un volume di grossa mole come Il conte di Montecristo di Alexander Dumas. Quest’opera è un’analisi del tempo e dei suoi effetti: non tutto ciò che accade può essere controllato, possono avvenire sfortune o sciagure a volte inspiegabili e questo crea inevitabilmente una trasformazione. Il protagonista dell’opera, Edmond Dantès, è dapprima un diciannovenne tranquillo, senza nessuna ambizione se non quella di fare bene il suo lavoro, in quanto alla guida di un mercantile il cui comandante è deceduto. Principalmente il suo obiettivo è tornare a casa e sposarsi. Ciò che gli accade però lo conduce ad una trasformazione, tanto da voler diventare “l’Angelo della Provvidenza”. Le sfide e gli eventi lo plasmano e lo costringono ad una metamorfosi, con l’obiettivo di raddrizzare la realtà. Tale cambiamento lo rende irriconoscibile dal Dantès di inizio storia. Tegamini ha sentito vicine le parole di questo libro e ha voluto creare un’opera in cui le vicende del protagonista si mischiassero un po’ con le sue, per affidargli i suoi pesi e vedere quale fosse il risultato.
Il palazzo del tempo
Tegamini spiega la sua concezione del tempo. Per lei è come se il tempo che scorre e le sue vicende personali si amalgamassero. Tutto ciò crea un volume multiforme, come un grande palazzo in cui ciò che è successo poco fa è vicinissimo a sentimenti di epoche lontane, che tiene come ricordo e su cui costruisce un altro piano. Questo succede nel libro soprattutto quando si maneggiano concetti quale la paura del futuro, l’impossibilità di adattarsi alle circostanze che cambiano, l’ingiustizia, la vendetta. Si tratta di sentimenti presenti in un’opera classica di duecento anni fa, ma che possiamo comprendere anche ora poiché sono emozioni universali. Il palazzo che Tegamini utilizza per decifrare il mondo richiede molto tempo di costruzione, per cui la comprensione di ciò che accade è tardiva e la scrittura diventa uno strumento per agevolarla. Con questo libro si è data del tempo per comprendere, soprattutto ha trovato il coraggio di far sì che il palazzo costruito desse delle risposte o perlomeno le facesse pensare con meno ansia e affanno. Purtroppo ci sono eventi spiacevoli, a cui magari non c’è rimedio, ma si può dare il merito di aver fatto parte di noi.
L’incursione della realtà
Durante la narrazione il libro presenta delle incursioni del reale. Come in un diario di bordo non costruito, l’autrice mischia a Dantés un po’ della sua realtà. Tali episodi si innestano alla perfezione con il racconto principale dell’opera di Dumas. Tegamini inserisce diversi spaccati sui propri figli, con i quali ha un buonissimo rapporto. Nel crescerli Francesca ha sempre evitato qualsiasi tentativo di incastrarli in un modello. Lei è sempre stata una bambina “racchiusa in una scatola”, cresciuta in un ambito e potata nell’altro e senza possibilità di ribellarsi alla mamma. Crescere sapendo di essere volute bene solo se si rispettano le regole non permette di esprimersi. Quando poi si è accorta di essere libera è stato molto meglio. Per questo ha voluto che i suoi figli fossero liberi di esprimersi, senza tentativi di indirizzamento. Ed è proprio nella quotidianità di madre e moglie che si è svolto il suo anno con Il conte di Montecristo. La lettura si è svolta in condizioni di vita comune: in cucina mentre aspettava che bollissero le carote, nei treni, sulla metro. Si è resa conto che la lettura rende sopportabile ciò che ci circonda: alzando gli occhi dal libro pensava che la realtà non è poi così male.
Alexander Dumas, un “Bomber”
Tegamini, che è anche esperta di traduzioni, avrebbe voluto chiedere alla traduttrice de Il conte di Montecristo come si è organizzata, la tipologia di linguaggio trovato e il metodo adottato. Quando si traduce, va rispettato il contesto di partenza, ma è anche necessario rendere leggibile un capolavoro degli anni quaranta dell’Ottocento. La traduzione dell’opera venne in un primo momento affidata ad Umberto Eco, che decise di non procedere. Il libro infatti nonostante sia meraviglioso, presenta delle ridondanze e nel provare a tradurlo si ha la tentazione di sistemarlo. Ciò porterebbe a un disservizio, per cui Eco decise di astenersi della traduzione. Inoltre Dumas non è l’unico autore, poiché l’opera nasce in collaborazione con Auguste Maquet. Nonostante ciò, il suo nome non apparì mai sulla copertina.
Alexander Dumas oggi sarebbe un uomo molto dinamico, uno spirito insolito, Tegamini lo definisce “un bomber”. Ebbe una vita piena di iniziative: il lavoro a teatro, la segreteria del Duca d’Orleans, i viaggi in Svizzera, l’aiuto a Garibaldi, le sue opere che spaziano tra reportage e romanzi a puntate. Un uomo che attuò più volte una reinvenzione, credendo al massimo nei suoi progetti.
Un cristallizzato bisogno di felicità
Dantés si rende conto che gli sono stati sottratti tanti anni e ne ha usati altrettanti per porre rimedio al grande peccato e non ha mai capito che esisteva un futuro che poteva succedere indipendentemente da quanto successo prima. Si tratta quindi di ricostruire il tempo e rimettere le cose al loro posto.
“Vendicarsi è solo se sei un grande innocente assoluto, caratteristica che comunque perderesti o solo perché credi che il mondo vada risistemato e pulito.”
A un certo punto Dantès capisce che non si può continuare a mettere il passato al posto del futuro. Il tempo restante va speso con qualcosa di nuovo che non abbia a che fare con l’essere stato danneggiato, che non parli di amarezza, ma qualcosa che gli faccia scoprire un altro aspetto di lui.
Il processo di Umanizzazione
Tegamini ha reso umano un monumento della letteratura. La sua voce letteraria ha uno stile ben definito. L’autrice afferma che si tratta di uno stile emerso pian piano, senza troppa difficoltà ma cercando di vincere una resistenza concettuale, ovvero quella di essere in primis una traduttrice.
Traducendo si fa sempre un passo indietro, si è come un ponte che permette al libro di essere fruito da altre persone.
Bisogna essere rigorosi, precisi e suonare come suona un’altra persona, al meglio delle tue possibilità.
Tegamini sapeva di avere già la capacità di metamorfosi, ma non aveva mai avuto l’occasione di prendersi del tempo per vedere come suona lei, su un passo più lungo o mescolando i toni. A lei viene semplice fare un pezzo buffo, che alleggerisce l’atmosfera, ma non sapeva la sua tenuta sul resto. Ha cercato di sperimentarsi e a fine del libro si è scoperta.
