Massimo Veneziani Passaggi Festival 2026

 

Durante la penultima e attesissima giornata di Passaggi Festival, in occasione della rassegna “Storia e Storie“, il pubblico si è trovato immerso in uno dei capitoli più bui della storia recente italiana. Ospite d’eccezione della rassegna è stato il giornalista e scrittore Massimo Veneziani, salito sul palco per presentare i contenuti del volume “Il falsario di Stato”, scritto a quattro mani con Nicola Biondo. L’incontro è stato più di una semplice presentazione quanto un viaggio dove l’autore ripercorre interamente la storia di Antonio Chichiarelli detto Tony, il protagonista dell’opera che illustra le sue imprese criminali e storie di vita tanto approfonditamente quando esplora il suo lato umano e psicologico, delineando un profilo completo di uno dei personaggi più destabilizzanti dell’epoca ricordata come gli Anni di piombo.

 

 

 

Le premesse per la nascita del libro: il mistero legato al personaggio

 

L’intervento di Veneziani ha spiegato chiaramente le ragioni legate alla genesi di un opera di carattere investigativo e biografico. L’autore ha confessato che lo stimolo iniziale che ha spinto i due giornalisti a rimboccarsi le maniche non è nato da un interesse romanzesco, bensì da un’anomalia documentale. Il nome di Antonio Chichiarelli appariva con una frequenza ossessiva e apparentemente in modo sconnesso in un’infinità di documenti, informative riservate e rapporti della polizia giudiziaria. Rapporti che, a un primo sguardo superficiale, risultavano completamente inconcludenti. Chichiarelli veniva menzionato in verbali legati all’estremismo di destra, successivamente in quelli legati alla sinistra radicale, e poi in dossier sui servizi segreti deviati e ancora in indagini sulla criminalità organizzata romana. L’obiettivo degli autori è diventato quindi la sfida: unire quei puntini apparentemente distanti, tracciare le linee invisibili e ricostruirne il percorso umano, criminale e politico.

 

 

 

Una struttura cinematografica per una verità documentata

 

La scelta stilistica adottata nel libro rappresenta un tratto unico nel panorama della saggistica d’inchiesta italiana. Veneziani ha spiegato che la complessità della materia rischiava di tradursi in un elenco di date e sentenze. Per evitare questo scoglio, gli autori hanno deciso di strutturare il testo come se fosse un vero e proprio film. La narrazione abbandona la cronologia burocratica per sposare gli strumenti di una vera e propria sceneggiatura cinematografica. Il libro è così suddiviso in un primo e secondo tempo, ritmato da sequenze incalzanti, dialoghi serrati e l’uso costante del discorso diretto.

Questa tecnica narrativa, ha il preciso scopo di rendere la storia avvincente per il lettore, e allo stesso tempo di trasmettere in modo vivido le tappe di una vita che sembra scritta per appartenere a una storia piuttosto che al mondo reale, riproducendo quindi l’atmosfera della Roma degli anni Settanta e Ottanta. Tuttavia, Veneziani ha tenuto a precisare un dettaglio cruciale: non vi è nulla di inventato. Nonostante il ritmo da thriller, l’opera è interamente basata su fatti certi e reali, riscontrati su atti giudiziari, testimonianze giurate e documenti d’archivio declassificati. La forma è quella del cinema, ma la sostanza è la verità storica, incontaminata da speculazioni.

 

 

 

L’apprendistato criminale e la bottega dei falsi d’autore

 

Per comprendere l’evoluzione del “falsario di Stato”, l’incontro di Passaggi Festival si è soffermato sulle origini del protagonista. Tony nasce e cresce in un contesto familiare difficile, una periferia che ne condiziona pesantemente lo sviluppo economico e sociale. La sua infanzia e la sua prima adolescenza sono segnate da bravate giovanili, piccoli furti e una vita criminale prematura che lo introduce rapidamente alle dinamiche dei commissariati romani. Ma la vera svolta che trasforma un piccolo delinquente di quartiere in un genio della contraffazione, avviene grazie a un incontro sentimentale.

Tony viene introdotto ufficialmente al mondo del falso dalla sua prima amante, Chiara Zossolo. È sotto la guida di questa figura femminile che Chichiarelli scopre di possedere un talento naturale straordinario, una sensibilità estetica fuori dal comune unita a una manualità quasi scientifica. Insieme, i due aprono una vera e propria bottega clandestina, un laboratorio d’arte ombra in cui iniziano a riprodurre falsi di opere artistiche con precisione. Tony non si limita a dipingere: apprende e perfeziona tecniche chimiche per il trattamento delle tele, arrivando a farle invecchiare artificialmente attraverso l’uso di forni, fumo e sostanze corrosive che ingannano anche l’occhio degli esperti. La sua abilità si spinge fino alla falsificazione millimetrica di firme celebri e alla creazione di falsi certificati di originalità, completi di timbri e patine storiche. È in questo laboratorio che Chichiarelli impara una lezione fondamentale che applicherà alla politica: la realtà si può manipolare se si possiedono gli strumenti giusti per renderla verosimile.

 

 

 

Il Lago della Duchessa e il grande ricatto alla Repubblica

 

Dalle tele d’autore ai destini della Repubblica il passo si rivela drammaticamente breve. La maestria accumulata nella bottega del falso diventa l’arma perfetta per un’operazione di destabilizzazione psicologica senza precedenti. Nel 1978, durante i drammatici 55 giorni del sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, Chichiarelli fa il suo ingresso ufficiale nella grande storia. È lui la mente e la mano dietro il “Comunicato numero 7”, un documento falso che annunciava l’esecuzione di Moro stesso e indicava la sepoltura del cadavere nei fondali ghiacciati del Lago della Duchessa.

Quel comunicato, per quanto messo in discussione a causa della forma poco curata e approssimativa, depistò la polizia e fece inviare centinaia di uomini su montagne innevate alla ricerca di un corpo che non c’era.

E’ proprio questo passaggio a far si che la vita criminale di Tony passa dall’essere legata al mondo della truffa e si sposta sul reato diretto contro le forze dell’ordine, inaugurando una fase ancora più buia ma significativa della sua storia.

 

 

 

L’audacia della Brink’s Securmark e il crollo del sistema

 

Il secondo grande pilastro della parabola di Chichiarelli, trattato ampiamente nel corso della serata a Fano, è la pianificazione ed esecuzione di quella che le cronache dell’epoca ribattezzarono come “La rapina del secolo”. Nel Marzo del 1984, Tony mette a segno un colpo ai danni del caveau della multinazionale della sicurezza Brink’s Securmark a Roma. Il bottino è astronomico: oltre 35 miliardi di lire in contanti.

Anche in questa occasione, Chichiarelli applica il suo personalissimo “metodo artistico”: la rapina viene camuffata con finti messaggi di rivendicazione legati a sigle terroristiche, mescolando le acque per impedire agli inquirenti di comprendere la reale matrice del colpo. Quei soldi, tuttavia, segneranno l’inizio della sua fine. La gestione di una massa monetaria così imponente lo costringe a stringere legami sempre più stretti e pericolosi con la Banda della Magliana, trasformandolo da utile pedina dei servizi a bersaglio mobile di una criminalità che non tollera cani sciolti. Pochi mesi dopo, nel settembre del 1984, Chichiarelli verrà ucciso in un agguato stradale a Roma, sigillando per sempre i suoi segreti.

 

 

 

La psicologia di Tony: l’intraprendenza come condanna

 

Un aspetto che ha particolarmente catturato l’attenzione della platea è stata l’analisi psicologica del protagonista condotta da Veneziani. L’autore ha dipinto il ritratto di un uomo dotato di una personalità forte personalità, i cui tratti dominanti erano una ferrea determinazione e una sconfinata intraprendenza. Tony non era il classico criminale che attendeva passivamente gli ordini dall’alto né un esecutore materiale privo di visione. Al contrario, Chichiarelli si rifiutava di aspettare che le occasioni piovessero dal cielo; egli possedeva la rara capacità di analizzare il contesto circostante, individuare i punti di vulnerabilità del sistema sociale e politico e crearsi le occasioni da solo.

Questa sua spinta all’azione lo ha reso un personaggio estremamente moderno e, al tempo stesso, fatalmente pericoloso. La sua abilità nel muoversi sui confini sottilissimi tra legalità e illegalità, tra sovversione e apparati statali, era alimentata dall’ambizione di non essere mai una vittima degli eventi, bensì l’artefice delle trame in cui veniva coinvolto. L’intraprendenza che lo aveva salvato dalla miseria della periferia e che lo aveva reso ricco e temuto è stata, paradossalmente, la stessa forza propulsiva che lo ha spinto oltre il limite consentito, fino a decretarne l’inevitabile eliminazione fisica da parte di un sistema che non poteva permettersi la sopravvivenza di un uomo capace di fabbricare la verità dal nulla.

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