Nella giornata di giovedì 26 giugno si è chiuso il secondo appuntamento della rassegna Fuori Passaggi con Veronica Raimo che ha presentato “Sabbie mobili. Onora il padre e la madre”, edito da Rizzoli. L’autrice è stata intervistata da Carolina Iacucci (docente e critica letteraria) e l’incontro si è svolto nella suggestiva cornice del Pincio, con la collaborazione di Coop Alleanza 3.0.
L’io narrante
“Sabbie mobili. Onora il padre e la madre” si inserisce in un progetto editoriale dove dieci scrittrici letterarie hanno rielaborato i dieci comandamenti, misurandosi con una voce del decalogo biblico. Veronica Raimo si è dovuta interfacciare con il quarto comandamento, ‘onora il padre e la madre‘, contenuto nel libro dell’Esodo (20,12). In questa narrazione l’io narrante coincide con un bambino di nove anni, un bambino che viene adultizzato ed al quale viene appunto richiesto di onorare la madre ed il padre, personaggio che lui non ha mai conosciuto ma che vive attraverso i racconti degli adulti.
Per l’autrice il punto di partenza per scegliere questa voce narrante è stato la volontà di fare qualcosa di molto lontano dai libri precedenti, in particolare dall’ultima pubblicazione “Niente di vero” edito da Einaudi. Veronica Raimo ha spiegato quanto questa pubblicazione sia stata iper connotante nel suo percorso, tanto da farla sentire quasi intrappolata. Da qui dunque la volontà di riuscire a distanziarsi, di sperimentare utilizzando una voce molto lontana, la voce di un bambino nel pieno della sua infanzia. L’autrice si è soffermata sul rapporto che ha lei con l’età infantile, affermando di non esserne fan e di vivere con la propria un rapporto negligente.
“ Non sono particolarmente particolarmente affascinata, né dai bambini né dall’infanzia in generale. Per questo ho voluto mettermi i bastoni tra le ruote, sperimentando qualcosa che avesse il più alto grado di separazione da ciò che sentivo in quel momento in modo da potermi distaccare dalle mie precedenti pubblicazioni.”
Madre e figlio
La seconda sfida in cui Veronica Raimo si è voluta cimentare è stata quella dell’affrontare il maschile. La curiosità nasce dal tentativo di analizzare i rapporti maschili, la cui esplorazione si srotola con lo svolgimento della storia stessa. Quale può mai essere il rapporto di un bambino con il padre che non hai mai conosciuto, un genitore che è pura proiezione? La madre, figura ingombrante nella sua assenza di maternità, non lo descrive che in un modo: bello. Non viene raccontato che fosse forte, accudente, nemmeno un pessimo padre, solo bello. La volontà ultima è l’esplorazione del disagio, in tutte le sue forme più cupe e scomode. Noi lettori insieme all’autrice viviamo passo a passo il disagio di questo bambino esageratamente adultizzato: non lo viviamo da spettatori, ci ritroviamo piuttosto ad essere al suo fianco, a viverlo insieme a lui.
La figura della madre che viene a delinearsi è quella di un paziente psichiatrico, affetto da depressione psicotica che non riesce a creare rapporti che non siano infranti e scheggiati. Il racconto della depressione non è definito solamente come un vuoto ma anzi, come un ingombro, un pieno, qualcosa che occupa tutto lo spazio e che aggrava la vitalità senza svuotarla.
Abbiamo finora parlato di una bambino adultizzato a cui si contrappone una madre infantilizzata, non in senso puramente regressivo, ma in senso anarchico, non conformista. La libertà che vive questo personaggio non si confà ad una madre, sia rispetto alla sua vita che rispetto al suo ruolo. E’ la società da cui la madre rifugge e nella quale ovviamente non è in grado di far accedere suo figlio. Non a caso nel corso della storia la madre ed il figlio non sono gli unici personaggi, accanto a loro si muovono creature non umane, definite viventi. Si tratta di creature verso cui la società ci impone di avere disgusto, quali ragni e blatte, creature che vivono molto vicino a noi ma che sono considerate superflue ed infestanti. Il rapporto disarmonico tra madre e figlio è circondato da queste creature che hanno un ruolo molto più caloroso rispetto a quello della società in cui tutti noi ci ritroviamo a vivere. Veronica Raimo ci racconta che quando era bambina amava queste creature e rimaneva ad ammirarle per ore. Ora invece ne ha estremamente paura e proprio per questo ha voluto riportare questo strano amore, questa contemplazione dell’ignoto, di qualcosa che è estraneo da noi ma che ci affascina. Lo scopo era poter tornare, attraverso la vita di questo bambino, a quando nell’infanzia i rapporti erano veri, sentiti e vissuti.
Fantasia versus immaginazione
Il termine fantasia è ora un qualcosa che sempre di più sta diventando sostituito da tante altre parole. E’ facile dire alle persone ‘siate immaginative’, è totalmente funzionale in un sistema dove le persone sono frustrate. La fantasia richiede un ingegno che l’immaginazione non richiede, è più difficile da allineare in un sistema dove regna questo gioco costante di frustrazione e ricompensa, in un sistema capitalista dove il grado di appagamento proviene da un desiderio che il più delle volte è un desiderio indotto, non realmente sentito. L’immaginazione è come se fosse una stanza ben illuminata, mentre la fantasia è un sentiero buio ed angosciante.
In questo senso si colloca l’importanza delle parole, del significante. Restituire una frase rispetto alla sua lingua originale è una delle questioni su cui piú l’autrice Veronica Raimo, che svolge anche la mansione di traduttrice, si è interrogata e tuttora si interroga.
Non è la parola che deve essere funzionale al discorso , ma il discorso funzionale alla parola. Tendiamo erroneamente a pensare che le scritture brevi siano frutto di un atto rapido, ma qual è il reale rapporto tra la brevitas della scrittura e poi la creazione della stessa? L’autrice Veronica Raimo ci ha raccontato che nel momento in cui si trova dentro l’atto creativo, intenta a dare forma alle sue storie, non potrebbe rimanerci troppo a lungo. La ragione? Una sola: la noia.
La noia è una compagna meschina, in grado di far scattare un meccanismo pericoloso, una sorta di scrittura automatica, spesso vuota e ridondante.
“Ho paura di utilizzare una scrittura più lunga, mi sentirei come se chiedessi a me stessa di fare una chat gpt di me stessa. Non voglio arrivare a questo tipo di automatismo, io sono una grande amante delle forme brevi e di tutto ciò che ne scaturisce.”
Carolina Iacucci e Veronica Raimo si sono poi soffermate sulla qualità delle letture: non ha senso leggere tutto pur di dire che si legge. Non tutte le letture si equivalgono, non si deve per forza ridurre tutto ad una equipollenza. L’enfasi quasi esagerata che oramai ha assunto la narrativa sta facendo piú danni che altro: “tra leggere zero libri e dieci di merda non è meglio nè l’uno nè l’altro, si equivalgono.”
Onora il padre e la madre
Il quarto comandamento biblico ci chiede di prenderci cura dei genitori anche quando ci siamo emancipati da loro, la psicologia invece ci insegna in primis il valore di noi stessi e ci sprona a volte a calpestare le figure genitoriali, a distaccarci. Veronica Raimo ci ha spiegato come originariamente questo comandamento significasse in maniera letterale ‘dare il giusto peso’. Nel momento in cui si riconosce il peso e l’ingombro delle figure genitoriali, a quel punto allora siamo capaci anche di liberarcene. Abbiamo fatto l’atto di gradimento di riconoscere il loro peso, di riconoscere il ruolo essenziale che loro hanno avuto affinché noi fossimo qua, oggi ed ora. Il quarto comandamento è l’unico ad avere una postilla: se darai il giusto peso potrai essere felice in tutte le vite, in quella ultraterrena ma soprattutto in quella terrena. Che cosa ci insegna tutto questo? Che forse la maternità non è sempre un atto sempre e solo irreversibile, che forse si puó credere ad un’apertura anche se le nostre vite cominciano da una favola chiusa.
Onora il padre e la madre, ma piú di ogni cosa onora te stesso, oggi e sempre.
