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Massimo Troisi in “Non ci resta che piangere”

Il 4 giugno 1994 a poco più di dodici ore dall’ultimo ciak del suo film, “Il postino”, muore di infarto a 41
anni uno degli attori, registi, cineasti e comici italiani più amati e apprezzati.

Ventisei anni senza Massimo Troisi. Cosa vuol dire? Vuol dire intanto che i ventiseienni di oggi che sono
sicuramente giovani, ma anche già adulti, non lo hanno conosciuto e probabilmente nemmeno sanno chi sia.

Ma è pur vero che per chi è stato suo contemporaneo Massimo Troisi è una pietra miliare della comicità
prima e del cinema italiano poi. È uno di quei personaggi che ha fatto la differenza, che ha creato, come
direbbe qualcuno, la dimensione storica: prima di Troisi, dopo Troisi. Nello stesso periodo anche altri come lui. Pino Daniele, per la musica, Annibale Ruccello, per il teatro, spartiacque, artisti che hanno seguito un impulso, una necessità: essere e rimanere profondamente, artisticamente napoletani, senza essere imprigionati in un cliché.

Tutti rappresentanti di una rivincita sullo stereotipo diffuso della cultura napoletana affiancata a mandolini e Vesuvio, di una vera rinascita culturale, comunque la si chiami, new wave o nuova drammaturgia napoletana. Nuovi linguaggi, nuovi temi, come i contesti di Ruccello, il sound di Daniele o i personaggi di Troisi, indolenti e inconcludenti nell’agire come nel modo di parlare.

Vengono in mente le parole di Eduardo De Filippo che definì Massimo Troisi “un comico di domani con le radici nel passato”.

Le origini di Massimo Troisi

Tutto comincia in un paesino alle porte di Napoli, San Giorgio a Cremano, 44.000 abitanti in 4 km², numeri
che lo rendono il terzo comune italiano per densità di popolazione dopo Casavatore e Portici, tutti facenti
parte della città metropolitana di Napoli.

La stessa densità abitativa che si ritrova a casa Troisi, dove oltre alla famiglia di Massimo, padre, madre e
sei figli, convivono i nonni materni e una coppia di zii con altri cinque figli. È questa famiglia allargata e
numerosissima la sua prima “compagnia stabile”, come egli stesso la definisce, un campionario di
personaggi da cui l’attore attinge per le sue prime messe in scena. Ma il primo laboratorio teatrale sarà invece la parrocchia, il rifugio del giovane Troisi, dove insieme agli amici dell’adolescenza costruirà i primi lavori teatrali.

Gli esordi nel cabaret con Arena e Purcaro

L’incontro con Lello Arena prima e con Vincenzo Purcaro poi (che diventerà in arte Enzo Decaro) coinciderà anche con il passaggio dal teatro di tradizione ad altre forme di spettacolo. I tre giovani comprendono che per uscire dai confini natii, per fare il balzo, bisogna in qualche modo seguire il trend. E alla fine degli anni Settanta il trend è il cabaret.

E sarà proprio in un cabaret romano, La Chanson di largo Brancaccio, che il trio con il nome “I Saraceni” si esibirà e verrà notato prima da Gigi Proietti e poi da Mario Pogliotti, giornalista e autore Rai, che lo segnala a Bruno Voglino che lo ingaggia nella seconda edizione del mitico programma di varietà di Rai Due, “Non Stop”.

È il 1978 e nel frattempo “I Saraceni” sono diventati “La smorfia”. Da allora è una carrellata di successi, fino al 1980, poi il trio si scioglie e l’anno successivo Massimo Troisi fa il suo debutto cinematografico da solista nelle vesti di regista e di attore in “Ricomincio da tre”. È la vera consacrazione dell’attore napoletano.

Il successo cinematografico di “Ricomincio da tre”

Il film costato 450 milioni di lire, fece un incasso di 15 miliardi con un record di permanenza sugli schermi di 600 giorni e fu premiato nel 1981 con due David di Donatello per il miglior film e migliore attore, e con due Nastri d’Argento per il soggetto e la regia.

Seguiranno altri film e altri successi. “Scusate il ritardo” nel 1982, “Non ci resta che piangere” con Roberto
Benigni nel 1984, “Le vie del signore sono finite” del 1987. Nel 1989 due film, “Splendor” e “Che ora è”,
firmati da Ettore Scola che vedono Massimo Troisi protagonista insieme a Marcello Mastroianni.

Sempre diretto da Scola Troisi è il protagonista de “Il viaggio di Capitan Fracassa” del 1990. Nel 1991 ancora nelle vesti di regista e protagonista in “Pensavo fosse amore invece era un calesse”, film che si aggiudicherà due candidature al David di Donatello.

La malattia di Massimo Troisi

Ma sul capo di Troisi pende una spada di Damocle. A dodici anni una febbre reumatica non tempestivamente diagnosticata compromette la valvola mitralica. Nel 1976 viene operato a Houston dove
gli sostituiscono la valvola danneggiata. Da quel momento la sua vita dipende da quel marchingegno di titanio che ha nel cuore e che resiste per parecchi anni prima di ricominciare a dare problemi.

Nel 1993 è di nuovo a Houston per una nuova operazione durante la quale ha un infarto. I medici riescono a salvarlo ma diventa chiaro che c’è bisogno di un trapianto. Trapianto che non riuscirà mai a fare.

L’opera ultima

Tornato in Italia Troisi comincia a lavorare ad un progetto a cui tiene molto. La riduzione cinematografica
del libro Il postino di Neruda del cileno Antonio Skarmeta. Il titolo del film è “Il postino”, la regia viene
affidata a Micheal Radford, Philippe Noiret interpreta Pablo Neruda, Maria Grazia Cucinotta è al suo primo
ruolo da protagonista nei panni di Beatrice e Massimo Troisi nel ruolo del titolo, il postino Mario.

Sempre più stanco, sempre più fragile, riesce a fatica ad arrivare alla fine delle riprese. Concluse le quali si
ripara ad Ostia nella casa della sorella dove troverà la morte nel sonno in un sabato pomeriggio di inizio
giugno.

“Il postino” sarà il capolavoro del suo ideatore che non riuscirà nemmeno a vederlo montato. Il film viene premiato con un Oscar su cinque candidature, un BAFTA al miglior regista e un BAFTA alla migliore colonna sonora e altri premi tra cui un Critics’ Choice Movie Award al miglior film straniero, il David di Donatello per il miglior montatore e un Nastro d’argento alla migliore colonna sonora.

Il lascito di Massimo Troisi

Cosa è stato e cosa ha lasciato Massimo Troisi nell’immaginario del suo pubblico ed anche nella storia dello spettacolo italiano lo raccontano bene due libri che vogliamo segnalare.

Il primo è un saggio ben scritto e documentato ad opera di Eduardo Cocciardo dal titolo L’applauso interrotto (NonSoloParole Edizioni).

Il secondo è un romanzo, Da domani mi alzo tardi (E/O edizioni), liberamente tratto dalla vita di Massimo
Troisi, scritto da Anna Pavignano. Scrittrice e sceneggiatrice incontrata in Rai ai tempi di “Non Stop”, fu la
sua compagna di vita prima e poi, finita la relazione sentimentale, la compagna di lavoro con cui scrisse
tutti i suoi lavori fino alla fine della sua vita.

Pino Daniele è stato amico fraterno di Troisi conosciuto, anche in questo caso, durante la trasmissione
“Non Stop”. Da allora non si sono più lasciati e Massimo aveva volute le musiche di Pino in tre dei suoi film
a cominciare dal primo “Ricomincio da tre”.

Il 13 giugno del 1994 allo Stadio San Paolo il cantautore torna in concerto dopo anni di assenza da Napoli. Lo fa in trio, tappa di un tour con Jovanotti e Eros Ramazzotti. Quando sale sul palco impacciato e commosso si rivolge al pubblico napoletano scusandosi per essersi dimenticato, proprio quella sera, di passare a prendere il suo amico Massimo.