Per la rassegna “Società, politica, attualità” di Passaggi Festival, Ivano Dionigi, professore emerito di Lingua e Letteratura latina dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, di cui è stato anche Magnifico Rettore dal 2009 al 2015, presenta il suo ultimo libro Magister. La scuola la fanno i maestri, non i ministri, edito da Laterza. Dialoga con l’autore Silvia Sinibaldi, giornalista del Corriere Adriatico.

 

Il ruolo dell’intellettuale

Una delle grandi tematiche trattate nel libro Magister è quella del ruolo dell’intellettuale nella società: secondo l’autore i dotti, che hanno il privilegio di avere più tempo da dedicare alla riflessione e all’insegnamento, dovrebbero sentire nei confronti della collettività il dovere di dare un contributo per conferire la giusta importanza alla scuola e all’educazione dei giovani.

 

La cultura è universale

Altro punto cardine della riflessione dell’autore è la tendenza alla parcellizzazione del sapere nella scuola moderna. Lo specialismo, sottolinea Dionigi, non è da condannare, ma non deve sovrastare la naturale vocazione universalistica della cultura. Nel nostro Paese, fino alla fine del secolo scorso, la cultura umanistica era ritenuta superiore a quella scientifica in numerosi ambiti; oggi la tendenza si è invertita e, a detta dell’autore, è il sapere umanistico a subire una vera e propria umiliazione. Sotto questo aspetto, è particolarmente esemplificativo il monopolio della tecnologia nella scienza odierna: le applicazioni tecnologiche sono oggi l’anima stessa della scienza. Tuttavia, ci sono alcune traiettorie che sfuggono al sapere tecnologico e che sono invece proprie della tradizione di stampo umanistico: innanzitutto, l’ars interrogandi, la capacità di porre quesiti a sé stessi e agli altri e dunque a formulare risposte efficaci; in secondo luogo, la riconciliazione con il passato e, di conseguenza, la facoltà di prospettare un futuro e di ragionare in una prospettiva temporale e non solo spaziale; infine, l’arte della sintesi, la visione d’insieme, la capacità di affrontare i problemi da un punto di vista macroscopico e universale.

 

Il rapporto tra sapere umanistico e cultura scientifica

Di per sé, in quanto prodotti della mente umana, il sapere umanistico e quello scientifico vivono di una naturale simbiosi. Ogni nozione scientifica acquisisce un senso pieno in relazione alla società e alla cultura che l’ha concepita. Viceversa, il valore dei precetti umanistici cresce esponenzialmente se essi sono rapportati alla conoscenza della natura e delle sue leggi.

 

Critica alla selezione precoce

Come è evidente dal titolo del libro, esso è fondamentalmente incentrato sulla valorizzazione dell’educazione dei giovani e del ruolo dell’insegnante. Dionigi, ad esempio, critica l’approccio della scuola italiana nei confronti degli studenti fin dai primi anni del ciclo di istruzione, volta all’esclusione e alla divisione, nel tentativo di identificare la strada più indicata per ogni allievo. In realtà, come già sottolineato precedentemente, sarebbe necessario virare verso un’idea più universale di cultura, al fine di valorizzare gli studenti.

 

“Maestri senza cattedra”: riconoscere le figure educative silenziose

Il libro è dedicato ai “maestri senza cattedra”, ossia a tutte quelle figure di riferimento, importanti nella formazione di un giovane, prive dello status di insegnante. In effetti, spesso si tende a sottovalutare l’apporto di questi formatori, che agiscono nell’ombra. Questa affermazione, secondo l’autore, è oggi più vera che mai, alla luce della perdita di riconoscenza sociale a cui sono soggetti gli insegnanti.

 

Maestri o ministri?

Le argomentazioni dell’autore si basano inoltre su una riflessione etimologica riguardante la differenza tra le parole “maestro” e “ministro”. La prima deriva dalla giustapposizione di una parola latina, “magis”, che indica una condizione di superiorità qualitativa, e il suffisso agentivo greco “-ter”. Il maestro, in definitiva, è depositario della conoscenza umana e dunque sente il dovere morale di trasmetterla agli altri. Tuttavia, la parola è afferente anche ad una dimensione religiosa: si definisce come tale un sacerdote di grande importanza, i cui sottoposti sono detti “ministri”. Anche in questo caso, l’etimologia del termine è riconducibile al latino “minus”, meno, e al greco “-ter”. Infine, risulta particolarmente interessante l’origine della parola “educazione”. Essa deriverebbe dal latino “educere”, nell’accezione di “tirare su”, “far crescere”, “nutrire”, originariamente attinente alla sfera semantica del regno vegetale.

 

Un nuovo patto generazionale

In conclusione, Dionigi evidenzia come oggi ci siano tutti i presupposti per stipulare un proficuo patto sociale tra giovani e adulti. I giovani cercano figure di riferimento che purtroppo spesso non trovano. Questa circostanza, fa notare l’autore, per la sua generazione era invece impensabile, basti pensare alle contestazioni del ’68. Se questa chiamata da parte dei ragazzi non viene ascoltata, si rischia una secessione, una frattura insanabile. Per evitare ciò, è necessario agire ad ogni livello, fino ai vertici della politica. In sostanza, sottolinea l’autore rievocando Platone, il Ministro dell’Istruzione, o chi ne fa le veci, dovrebbe essere l’uomo migliore dello Stato, il più esperto e il più equo, poiché ha il compito di escogitare una strategia per formare nella maniera migliore possibile i futuri cittadini.

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