Azzurra Rinaldi è un’economista che dal 2019 fa parte del board della European Women Association, nel 2022 Startupitalia l’ha inserita nell’elenco delle #UnstoppableWomen, ovvero delle 1.000 donne che stanno cambiando l’Italia. È inoltre cofondatrice e CFO di Equonomics, società volta al riequilibrio di genere, con particolare attenzione alla comunità LGBTQIA+ ed infine nel 2024 è entrata a far parte nel ruolo di consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere. A Passaggi Festival, in occasione della rassegna “Passaggi di Economia”, Azzurra Rinaldi ha presentato il suo libro “Soldi, sesso e potere. Come il desiderio muove il mondo (e i mercati)” (Rizzoli). Conversa con l’autrice il giornalista nonché inviato TGR Rai Marche Guido Maurino.
Il profondo gap occupazionale tra uomini e donne
L’intento dell’autrice, per mezzo di questo libro, è quello di rendere edotto il pubblico circa la condizione di disparità di genere e di gap culturale che impedisce alle donne di potersi correttamente inserire (o, quantomeno, quanto gli uomini) nel mondo del lavoro. Su spunto di Maurino l’autrice non nasconde l’esistenza di un gap nel tasso di occupazione femminile rispetto a quello maschile di ben 19 punti. Tutto sommato, sostiene Rinaldi, è un gap che si sta riducendo nel tempo ma non è affatto un dato positivo poiché in questo momento storico l’economia, sebbene non sia al suo massimo splendore, non è in recessione eppure questo distacco esiste. Si pensi quindi ad un eventuale periodo in cui dovesse sopravvenire una crisi economica: questo gap schizzerebbe alle stelle. Secondo Eurostat 1 donna su 2 non lavora e, tra le donne non lavoratrici, il 34% risulta essere inattivo cioè non possiede un lavoro e non lo cerca. Questo, secondo Rinaldi, è il fallimento del sistema dall’interno.
Dal 4% di donne CEO in Italia alla… Thatcher
Oltre all’importante divario occupazionale appena illustrato, è scioccante notare l’incredibile differenza percentuale tra gli uomini ai vertici di importanti aziende italiane e le donne nella stessa posizione lavorativa (qui si fa riferimento a ruoli attivi nelle aziende e dunque non ai ruoli presidenziali quanto a quelli di amministratori e amministratrici delegati): il 96% degli amministratori delegati in Italia sono uomini, il restante 4% sono invece donne. Questo, sottolinea lapalissialmente l’autrice, non è un dato incoraggiante. Alla domanda di Maurino sul perché questo accada Rinaldi risponde in maniera molto interessante: gli uomini non sono più bravi delle donne né le donne sono meno brave degli uomini in ruoli dirigenziali (sarebbe un’insensata generalizzazione, specialmente quando c’è tanto divario percentuale) ma è la società (ed il mercato che su di essa si è formato) a richiedere una specifica figura, con uno specifico carattere. Continua l’autrice, le donne ai vertici sono donne che hanno sembianze esteriori femminili ma che hanno dei caratteri tipici della supremazia maschilista: sono imperative, glaciali, dominatrici. Il modello di leader che la società ha imposto è questo, un leader apatico, insensibile, che pensa al lavoro sempre e si pone su un piedistallo.
“L’esempio è scontato…La Thatcher, chiaramente, la lady di ferro!”
Il pubblico sorride, percependo l’antifona.
Una società fondata su reciproci stereotipi di genere
Il punto, secondo l’autrice, è che non si deve parlare di una guerra dei sessi, nel mondo del lavoro così come nella società e nella quotidianità, altrimenti non c’è via di scampo da questo circolo vizioso. Così come il padre ha pienamente diritto al congedo di paternità (rischiando lo sguardo di biasimo degli altri maschi, specialmente sul luogo di lavoro) così la madre ha diritto a guadagnare quel 25% in meno rispetto a quanto porta a casa, invece, il marito. Sono entrambe ingiustizie motivate dalla società stereotipata in cui siamo cresciuti tutti, nessuno escluso. Il nocciolo della questione è saper riconoscere un problema quando ce l’abbiamo davanti. Le imprese femminili ricevono il 30% del credito in meno rispetto a quelle maschili da parte delle banche e non c’è ragione per questa disparità. Chi sostiene che le “quote rosa” abbiano risolto il dilemma continua a non voler vedere la questione: è come voler sostenere che se esiste una legge contro il femminicidio allora non ci sono più femminicidi. È necessario cambiare la cultura ed il retaggio di stereotipi in cui siamo immersi.
Soluzioni ad un problema (forse non) irrisolvibile
Quindi quale può essere una soluzione efficace? Secondo Rinaldi un modo efficiente per approcciare questa delicata situazione possono essere delle certificazioni per la parità di genere imposte alle imprese: si obbligano le aziende a redigere report sul merito suddiviso per generi così le aziende non sono obbligate alle quote rosa guardando al numero di impiegati e impiegate ma, invece, possono concentrarsi sull’effettiva efficienza lavorativa dei singoli individui.
Un’ulteriore modalità di risoluzione della problematica può anche essere modificare il nostro ideale di leader, come prima si è descritto. Da figura forte e dominante potrebbe invece tramutarsi in capo sicuro ma empatico, che dialoga coi sottoposti anziché comandarli con decisione. Coordinare e coadiuvare invece di ordinare ed esigere.
Utopia
L’autrice conclude la serata con una preghiera al pubblico:
“Riappropriarci dell’utopia, perché se rinunciamo a sognare di poter cambiare le cose, queste sicuramente non cambieranno mai”.
