Per la rassegna “Storia e Storie”, Claudio Caprara presenta Fischiava il vento. Una storia sentimentale del comunismo italiano, edito da Bompiani. Conversano con l’autore il saggista Marino Sinibaldi e Nando Dalla Chiesa, sociologo e Presidente del Comitato Scientifico di Passaggi Festival.
Il sentimento prima dell’ideologia: lo scopo dell’autore
Al fine di comprendere le intenzioni dell’autore risulta di fondamentale importanza l’aggettivo “sentimentale”, presente nel sottotitolo del libro. Caprara infatti non analizza la storia del comunismo italiano e del PCI da un punto di vista meramente ideologico o politico, ma a partire dalla dimensione più umana e profonda dei rapporti che legavano gli iscritti al partito. Il sentimento di cui si parla, come sottolineato da Sinibaldi e Dalla Chiesa, ha molteplici sfaccettature: da un lato riguarda il legame tra i singoli militanti, spesso stretto o intimo, ma dall’altro ha una vocazione universale. Si tratta di un sentimento di massa, caratterizzato dall’adesione ai principi fondanti del comunismo. Inoltre, alla base della vocazione del libro c’è anche il legame quasi viscerale tra l’autore e l’ambiente stesso del PCI ed in particolare quello della sezione della sua città natale, Imola. Nonostante questa affezione però l’autore mantiene sempre una costante serietà e sottolinea come il suo scopo non sia il convincimento ideologico del lettore, bensì il racconto, da un punto di vista nuovo, di una storia che per decenni ha animato la vita politica e sociale del nostro Paese.
Racconti di partito: volti, storie e appartenenza
In un certo senso, il modo stesso di raccontare questa storia è sentimentale. Il libro procede infatti attraverso il racconto di aneddoti e vicende che riguardano personalità estremamente diverse: dagli esponenti di spicco della direzione del PCI ai segretari di sezione più legati alle realtà locali, tutte però accomunate dal medesimo senso di appartenenza al Partito e di adesione ai suoi principi fondanti. Per questa ragione Nando Dalla Chiesa definisce l’opera di Caprara come un “documento di antropologia politica” perfettamente riuscito.
Il rifiuto del potere per restare tra la gente
Nel suo libro Claudio Caprara sottolinea come il sentimento di coesione interno al Partito fosse alimentato soprattutto dal basso: al contrario di quanto accade oggi, il supporto ai principi fondanti dell’ideologia comunista era spesso così forte da far passare in secondo piano qualunque prospettiva di successo politico che esulasse dalla dedizione alla comunità degli iscritti. Spesso numerosi segretari di sezione rifiutavano un’eventuale elezione in Parlamento, pur di non perdere il proprio ruolo di rilievo all’interno della comunità locale di appartenenza. Questa mentalità, così lontana dalla concezione moderna di politica, nei decenni si è diffusa in maniera capillare tra i militanti del PCI, fino a raggiungerne il vertice. Basti pensare al rifiuto da parte di Amendola, nel 1976, di ricoprire la carica di Presidente della Camera, un ruolo che rappresentava di per sé un traguardo storico per i comunisti italiani.
Uomini forgiati dalla Guerra: umiltà e merito nel partito
Dialogando con Claudio Caprara, Nando Dalla Chiesa si dice particolarmente colpito sia dalla capacità di autoeducazione interna alle file del PCI, ma soprattutto dall’ idea dell’affermazione dell’uomo nuovo. Per i militanti, infatti, era possibile fare carriera e scalare la gerarchia interna al partito grazie ai propri meriti sul campo, ma sempre mantenendo un grande senso dell’umiltà. Questa dinamica, che garantiva una possibilità di redenzione anche a chi non aveva una formazione di alto livello, contribuiva a cementare ancora di più quel senso di coesione che animava gli iscritti. Non bisogna dimenticare infine, sottolinea Marino Sinibaldi, che i più importanti esponenti del PCI erano tutti uomini forgiati dalla violenza del secondo conflitto mondiale, una tragedia storica dalle dimensioni imparagonabili, che ha sicuramente contribuito ad alimentare in maniera esponenziale quel senso di appartenenza quasi carnale ai principi fondanti del partito. Anche questo aspetto, comune a numerose forze politiche del dopoguerra, mette in evidenza la differenza abissale tra i partiti odierni e quelli della Prima Repubblica.
Oltre l’ideologia
Alla luce di tutte queste considerazioni, la scelta dell’autore di raccontare la storia “sentimentale” del comunismo italiano risulta ancora più efficace: al contrario di ogni fine ideologico o della proficuità dei principi perseguiti dal Partito, la sua capacità di autoeducazione e coesione, nonostante le fratture dottrinarie interne ad esso, è indiscutibile.
