Bombardamento Urbania

Il bombardamento di Urbania (PU), 23 gennaio 1944 (Archivio Comunale)

di Lorenzo Salvia

“È peggio della guerra”. Dai mamma, non esagerare. “Non esagero, e ti spiego perché”.

La mia mamma non esagera mai. Classe 1937, la guerra l’ha vissuta davvero. Da bambina, ma l’ha vissuta. Abitava a Urbania, nelle Marche, bombardata dagli americani quando aveva sei anni, 250 morti e 500 feriti su neanche 6 mila abitanti.

La sua casa, in via Roma, fu requisita dai tedeschi per farne il comando di zona, con i modi che abbiamo visto in mille film. Finì sfollata verso il monte Nerone, quando i bombardamenti si fecero più feroci lungo la Linea Gotica.

Il suo papà, mio nonno Tommaso, venne mandato per due anni al confine. Quando tornò a casa, la maestra mise mia mamma in punizione sui ceci dietro la lavagna. E questo solo perché non aveva dato la notizia in anteprima a tutta la classe.

Anni durissimi, mica settimane. E la mia mamma non parla per sentito dire, la guerra l’ha vissuta sulla sua pelle, la sente ancora nella sua carne. Eppure. Mamma, perché è peggio della guerra, quando i morti erano molti di più?

“Perché la guerra creava solidarietà tra chi ogni giorno sperava di salvarsi dalle bombe, univa chi non aveva altra scelta che resistere. Stavolta invece ognuno va per la sua strada e se ti incontra cambia pure marciapiede”.

Ma si stava molto peggio. “Certo, si stava peggio. La gente ti moriva intorno. Mi ricordo ancora Arsenin'”. E chi è Arsenin’? “Un mio amichetto. Si salvò dal bomabardamento degli americani, nel 1944, solo perché venne sotto casa mia a farmi vedere il suo cappello nuovo. I suoi genitori e i suoi fratelli morirono tutti. Dissero che gli americani scambiarono l’uscita dalla Messa per un plotone che si schierava sul piazzale di una caserma. Chissà se è vero “.

E allora, cosa ci può essere di peggio? “È che nella disgrazia ci davamo tutti una mano. Quando stavamo in campagna e dormivamo all’aperto per scappare ai bombardamenti, c’era una signora di Milano”. Cosa fece la signora di Milano? “Non sapevo nemmeno il suo nome. Ma io mi ero presa i pidocchi, perché dormivamo sempre per terra. Lei mi aiutò a levarmeli. Ti immagini cosa sarebbe successo oggi con i pidocchi?” Sì, mamma, me l’immagino.

“È per questo che ‘ste virus (dalle sue parti si dice così) è peggio della guerra”.
Spiegami meglio. “Quando venivano giù le bombe ci stringevamo gli uni agli altri, ci scaldavamo. Diventavi amico con gli sconosciuti, ci facevamo forza tutti insieme. Oggi é il contrario”.
Perché? “Ti incontri sul pianerettolo di casa e hai paura che l’untore sia il tuo vicino. Non c’è solidarietà, non c’è calore. Solo un reciproco sospetto. Speriamo finisca presto, figlio mio. Ecco, questo lo dicevamo anche quando c’era la guerra”.

Hai ragione mamma, ci abbracciamo presto. Anche perché queste telefonate a 200 chilometri di distanza non bastano mica.


Lorenzo Salvia, giornalista, lavora nella redazione  romana del Corriere della Sera. Fa parte del Comitato scientifico di Passaggi Festival. Ha scritto “Resort Italia” (Marsilio, 2015) e, con Matteo Pauri, “Futuro. Dieci storie per immaginare il mondo di domani” (Mursia, 2017)