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di Luisella Cotti

 

Erano quasi le nove di sera del 29 settembre 1977 e Giovanna stava passeggiando sulla banchina N. 10 della stazione di Vienna.
Faceva stranamente caldo per essere in autunno, e quella giornata era stata davvero stupenda.
Non conosceva Vienna e non aveva resistito alla tentazione di passarci almeno qualche ora. Così quella mattina aveva lasciato proseguire da sola la sua amica nel viaggio di ritorno da Praga, aveva depositato alla Sudbanhof il suo bagaglio essenziale e per il resto della giornata aveva gironzolato per la città.

Le vetrine di Mozartstrasse le erano sembrate grandiose dopo lo squallore di quelle di Praga.
Praga le era piaciuta, molto, ma le aveva anche trasmesso un’ondata di tristezza, con i suoi negozi spogli, e soprattutto per quelle sue birrerie dove la gente non sembrava affatto divertirsi. L’ultima in cui era entrata era stata proprio deprimente: una fila di uomini, ciascuno seduto davanti al suo boccale, del tutto disinteressati a comunicare tra loro, o incapaci di farlo.
A Vienna al contrario aveva incontrato persone simpatiche, allegre, cordiali: gli austriaci sembravano davvero, in questo piccolo assaggio, molto diversi dai loro “cugini” tedeschi.
Aveva mangiato un panino dentro la stazione per godersi fino all’ultimo la città senza perdere tempo con la cena, che comunque avrebbe dovuto essere necessariamente economica, visto che il suo budget-viaggio era già quasi esaurito prima di quella fermata fuori programma.

Stava camminando ancora avanti e indietro, ma le gambe erano ormai troppo stanche, anzi si sentiva proprio distrutta: sicuramente aveva fatto diversi chilometri a piedi.
Si mise a sedere su una panchina e continuò a godersi beatamente la dolcezza della serata: non aveva voglia di salire subito nello scompartimento.
Si guardò intorno; davvero poca gente prendeva quel treno; infatti non aveva avuto alcun problema a trovare una cuccetta libera quella stessa mattina: evidentemente Vienna non era di moda per gli italiani in quel periodo.
All’indomani mattina si sarebbe svegliata a Venezia. Quanto le sarebbe piaciuto fermarsi qualche giorno anche lì, ma ormai le erano rimasti solo i soldi per tornare a casa.

Mentre vagava con lo sguardo, all’improvviso ebbe l’impressione di vedere una faccia nota arrivare verso di lei. Un ricordo lontano, sì, ma non era cambiato poi tanto, nonostante fossero passati ormai otto anni. Chissà se lui l’avrebbe riconosciuta; molti dicevano anche di lei che non era cambiata affatto e che dimostrava meno dei suoi ventiquattro anni.
Giovanna non aveva mai dimenticato quella storia, che pur era stata così breve; non l’aveva dimenticata per i suoi strascichi, cose che ora la facevano sorridere, ma che all’epoca l’avevano disturbata non poco.
Più lui si avvicinava e meno aveva dubbi: era proprio Valerio Rosselli, il “grande amore” di un’estate a Jesolo. “Fiori rosa, fiori di pesco, c’eri tu…“, la loro canzone preferita.
Lui le passò davanti senza guardarla, col capo chino verso il basso, assorto nei suoi pensieri. Le sembrò ancora più bello di allora, e notò che era anche decisamente ben vestito, certo meglio di lei: giacca di pelle, scarpe “giuste“; le cose dovevano andargli bene.

Giovanna ricordava che allora lui frequentava l’ultimo anno dell’Istituto tecnico commerciale e non aveva intenzione di andare all’università, mentre lei, liceale, sapeva già che avrebbe proseguito, e infatti stava ancora studiando. Ingegneria era lunga e difficile, ma ormai era quasi arrivata al traguardo. Per questo prima della discussione della tesi aveva voluto concedersi quella breve vacanza.
Valerio si fermò qualche metro più in là e appoggiò per terra la borsa da viaggio, rivolto verso il binario N.11, da dove doveva partire un treno per Salisburgo, che ancora non c’era.
Gli si avvicinò, lui si girò verso di lei, rimase come attonito e non disse una parola, ma solo un attimo dopo Giovanna sentì le sue braccia attorno al collo, in una stretta così forte da farle male. La baciò ripetutamente sulla guancia, con frenesia, con la stessa passione di allora.

Giovanna fu molto sorpresa; non si aspettava certo un’accoglienza così; per lei era acqua decisamente passata. Finalmente lui la lasciò respirare; l’allontanò un poco da sé, fissandola negli occhi. “Giovanna  -disse- quanto sarebbe stato diverso!
Lei era ancora un po’ stordita, non sapeva che dire, le sembravano parole strane. Si era pentita di essergli andata vicino, di essersi fatta vedere.
Ricordava bene l’eccessiva passionalità di quel ragazzo; ricordava quanto l’aveva perseguitata con le sue lettere, con le fotografie che si era fatto scattare di nascosto mentre erano insieme, con i dischi di Lucio Battisti, con le cassette registrate che le mandava per farle arrivare con la sua voce tutte le cose che voleva dirle, sempre le stesse, e cioè che non poteva vivere senza di lei, che avrebbe fatto qualche pazzia.
Queste cose l’avevano molto infastidita; gli aveva detto chiaramente che lei aveva solo sedici anni e voleva soprattutto divertirsi, che stava pensando ad un altro, che la sua reazione era del tutto sproporzionata, ma era stato tutto inutile. Aveva dovuto smettere di rispondergli, negarsi al telefono e solo così finalmente la cosa si era interrotta. Ma erano passati otto anni e non poteva certo immaginare che lui fosse ancora così preso da una storia durata un mese, un mese in cui peraltro si erano visti anche poco. Lui era in vacanza con la famiglia, ma lei lavorava, come tutte le estati, e il tempo a disposizione non era poi molto, praticamente solo quello rubato al sonno.

Tutte queste cose le ritornavano confusamente alla mente, mentre Valerio ripeteva ancora una volta: “Sarebbe stato diverso“, stringendole forte le mani. Giovanna cercò di riprendere l’iniziativa per sdrammatizzare, per uscire da quella situazione assurda e imbarazzante. Cominciò a raccontare del suo viaggio, della bellezza di Vienna, del bel tempo, ma Valerio sembrava distratto, ancora assorto in altri pensieri, mentre continuava a fissarla.
Poi gli chiese notizie di lui e seppe che viveva a Vienna e lavorava presso una ditta di import-export.
Nel frattempo si avvicinava l’orario di partenza del treno per Venezia, mentre veniva annunciato ritardo per quello diretto a Salisburgo.
Giovanna disse: “E’ ora che vada. Magari ci rincontriamo in Italia la prossima volta“, e in quel momento capì che non le sarebbe dispiaciuto rivederlo; qualcosa aveva cominciato a muoversi dentro; si sentiva in subbuglio.
Io sto andando a Salisburgo. Vieni con me -disse Valerio- è una bella città, ho degli amici che possono ospitarci, ti prego, solo qualche giorno; ho voglia di stare con te, voglio parlarti“.

Giovanna ebbe un attimo di esitazione; per istinto sarebbe rimasta, non sapeva se solo per prolungare la vacanza o anche per altro, ma sapeva bene che doveva assolutamente tornare: la discussione della tesi era vicina e c’erano ancora tante cose da fare.
Come sempre, quando la razionalità e l’istinto erano in contrasto, in lei prevaleva la prima. Nonostante la giovane età, era stata abituata dalle circostanze spesso sfortunate, a imporsi una certa disciplina di vita, a non ascoltare tanti desideri interiori, e questo era diventato uno stile, una cosa quasi automatica: prima veniva sempre, o almeno molto spesso, il dovere.
No“, disse, “no, io devo tornare subito a casa.”
Allora vengo io“, disse Valerio.
Vieni in Italia?“, chiese lei tra lo stupito e il lusingato.
“Non so, no, non credo, ma voglio fare un tratto con te, andrò a Salisburgo da un’altra strada. Posso scendere prima del confine. Vado a informarmi”. E corse verso la biglietteria.

Giovanna era sempre più frastornata; non sapeva ancora se abbandonarsi agli eventi, o pensare, se essere contenta o preoccuparsi. Intanto portò le due borse sul treno, le mise nel suo scompartimento dove non c’era ancora nessuno, e si affacciò al finestrino. Pochissimo dopo vide Valerio tornare di corsa con in mano un biglietto.“Tutto a posto –disse, mentre il treno cominciava a fischiare e le porte si stavano chiudendo- c’è una fermata prima del confine”.
“Ma questo è il vagone-cuccette –disse Giovanna- non so se ti faranno restare.” Si guardarono intorno; il vagone era semivuoto.
“Non preoccuparti -disse lui- per ora sediamoci”.
Lasciò la borsa a terra, come se fosse lì solo per un momento, e così disse al controllore quando passò. Raccontò la verità: disse che si erano incontrati dopo tanto tempo e che volevano parlare un po’, nel tratto di strada che dovevano fare insieme. L’unica cuccetta prenotata in quello scompartimento era quella di Giovanna e così il controllore non fece molte obiezioni. Sorrise e se ne andò, chiudendo la porta.

Valerio si tolse la giacca e si avvicinò, cominciò ad arruffarle i capelli, i suoi capelli neri e ricci, con un gesto che aveva fatto tante volte in quella famosa estate. Giovanna scoppiò a ridere, cercando di sfogare in quel modo la tensione che si andava accumulando. Ma non poteva fare a meno di guardarlo negli occhi; quei profondi occhi celesti che non aveva dimenticato e che le avevano sempre fatto un po’ paura, chissà perché.
Cercò di parlare, di dire qualcosa a proposito del treno, del viaggio, di Vienna, ma lui non le rispondeva; continuava a toccarle i capelli, il collo, le mani, con movimenti sempre più veloci, col respiro sempre più pesante. Poi la tirò a sé e avvicinò le sue labbra a quelle di lei. Allora Giovanna capì che non poteva e non voleva fermarlo. Quando le luci si spensero, erano ormai già distesi sulla cuccetta.

Quelli che seguirono furono splendidi momenti d’amore che non avrebbe mai dimenticato. Poi si addormentarono, così, uno accanto all’altra, col favore del rollio del treno e della loro giovane età.
Era passata qualche ora quando improvvisamente Giovanna sentì dei rumori lungo il corridoio, gente che camminava. Ci mise un po’ a svegliarsi completamente , poi si rese conto che erano in due, che c’era Valerio vicino a lei, si ricordò di tutto, poi lo vide alzarsi di colpo, cercare confusamente di rimettersi in ordine.
Lo sentì dire: “Dobbiamo essere al confine” mentre si accorgeva che il treno era fermo. Disse: “Mi dispiace, hai perso la fermata, dormivamo, ma puoi scendere qui, non ti pare?”
Lui non rispose; afferrò la borsa e cercò di aprire la porta. Non riusciva; da fuori qualcuno stava già cercando di aprire. Si trovò davanti la polizia di frontiera e ricadde letteralmente a sedere. Giovanna si accorse allora che era sconvolto e le parve una reazione esagerata; non capiva, la situazione non era poi così grave.

La polizia chiese il passaporto e lei glielo mostrò. Poi si rivolsero a Valerio.
“Non ho con me il passaporto -disse lui- dovevo scendere alla precedente fermata, ma mi sono addormentato; non ero diretto in Italia”.
“Ma lei è italiano” disse il poliziotto.
“Sì certo, ma abito a Vienna”.
“Favorisca un documento di riconoscimento”.
Valerio tirò fuori una vecchia carta d’identità e gliela porse.
“Questa è scaduta. In ogni caso lei non ha un documento valido per passare il confine. Venga con noi”.
Valerio si alzò lentamente. Disse: “Ciao Giovanna, perdonami, perdonami per tutto, ti ho amato troppo”.
Lei rimase interdetta. Perché le chiedeva perdono? Di che si scusava? Lo avevano voluto tutti e due. Riuscì solo a rispondere “Ciao” e lo vide allontanarsi tra i due poliziotti.
Poi si avvicinò al finestrino e cercò di abbassarlo, mentre il gruppetto scendeva i gradini.

Mentre faceva questa operazione, ancora frastornata e confusa, sentì vicinissimo uno sparo; fece appena in tempo a vedere un poliziotto che si teneva un braccio e Valerio che fuggiva verso la staccionata che correva lungo i binari al di là del marciapiede, tenendo qualcosa in mano. Non poté fare a meno di gridare il suo nome, ma nello stesso momento sentì un altro sparo e lo vide accasciarsi a terra privo di vita mentre una pistola gli cadeva dalle mani.
Tutto accadde in pochi secondi. Giovanna si precipitò giù dal treno e corse verso di lui.
Ma non la lasciarono arrivare; il poliziotto che aveva sparato stava chino sul corpo esanime e le disse subito: “Lei non si muova. Deve venire con noi”.
Allora si sedette a terra e cominciò a piangere, sommessamente, senza riuscire a fermarsi.

Poi la accompagnarono a prendere il suo bagaglio, fu portata alla stazione di polizia e cominciarono gli interrogatori. Le fecero un sacco di domande e per parecchio tempo non riuscì ad avere alcuna spiegazione di quanto era successo.
Solo i giorni successivi seppe che Valerio era oggetto di un mandato di cattura internazionale per avere ucciso una giovane donna con cui conviveva. Durante le indagini non ne erano emersi motivi concreti. Erano invece emersi segni di una personalità gravemente disturbata, con tratti psicotici.
In una lettera indirizzata alla madre prima di darsi alla fuga aveva confessato di aver ucciso la compagna dopo che lei aveva scoperto un piccolo appartamento segreto, dove lui spesso si rifugiava da solo, le cui stanze erano completamente tappezzate dalle fotografie di un’altra donna.
Giovanna seppe più tardi che quelle foto erano sue.


 

Luisella Cotti è nata ad Artogne in provincia di Brescia 67 anni fa e risiede a Fano.
Dopo le scuole medie ha frequentato il Liceo Classico e poi si è laureata in Medicina e Chirurgia.
Ha
sempre lavorato come medico ospedaliero. Attualmente è in pensione.
“Mi piace molto viaggiare -dice- per vedere da vicino tutto ciò che ha fatto l’uomo. Amo leggere, in particolare libri gialli, e mi diverte giocare con le parole”.