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di Simone Rossetti 

 

Sveglia!
Apro gli occhi. Probabilmente, sto ancora dormendo. Deve essere un sogno, sì è solo un sogno e sento un leggero formicolio: insetti? No, è il solito braccio addormentato. È un sogno strano e molto vivido, mi alzo e noto che è già tardi: non ho tempo nemmeno per fare colazione – anche se ho una voglia di crema al cacao che mi fa venire l’acquolina in bocca al solo pensiero.
Non c’è tempo. C’è uno strano silenzio in casa, dove sono mia madre e mio padre?
Non ci sono.
All’ingresso c’è una loro foto, la guardo attentamente e mi accorgo che sono più anziani di come li ricordassi.
Guardo la cassaforte preoccupato, la apro: è vuota, ma non riesco nemmeno a ricordare cosa ci fosse di prezioso. Esco, vado di fretta, ma perché? Ah sì devo fare qualcosa che non ricordo, devo fare qualcosa
di importante – per tutti. Mi guardo indietro. Lo faccio spesso: guardo al passato e mi chiedo se determini sempre il presente. No, è lo scopo: sempre e solo lo scopo – devo tenerlo a mente.
Cammino.

Ma ho messo i vestiti? Che stupida paranoia, tanto non interessa a nessuno, regna l’indifferenza.
Freddo.
Mi piace sognare, perché sono libero di creare quello che voglio e come lo voglio: riempio il tempo e lo spazio col mio subconscio, spinto dalle emozioni e non dalla ragione che nella vita reale mi limita di continuo.
Ora la mente costruisce un labirinto davanti ai miei occhi: vedo crescere dal terreno dei fusti di piante marroni ricoperti da foglie verdi, si intrecciano fra loro come fossero tante mani che si stringono, raggiungendo diversi metri di altezza – un problema inutile sul mio cammino. Entro, pensando di dover perdere diverso tempo per uscirne, ma nemmeno muovo il primo passo, che mi accorgo di esserne già fuori, avendo come la sensazione di aver oltrepassato uno specchio d’acqua gelida.
Che strano paradosso. Sto camminando, mi segui?
Alzo lo sguardo e vedo un pipistrello enorme a testa in su, come se fosse in piedi, sul ramo di un albero, mentre mangia una Farfalla che ancora sbatte le ali.
Che strano Effetto. Mi gira la testa, ho la sensazione di essere io a testa in giù, mentre cammino in un Mondo al
contrario; fisso lo sguardo sul grosso mammifero, mi hanno sempre affascinato questi animali e non mi fanno paura anche se forse dovrei averne. Lo sottovaluto.

Ho paura, invece, ho paura perché in quel momento qualcuno mi tocca la spalla dolcemente ed io scatto all’indietro mentre i battiti accelerano. È un uomo anziano, basso, con barba lunga e bianca, pochi e fini capelli argentati ed occhi piccoli azzurri. Con un filo di voce mi sussurra di non sottovalutare anche la più insignificante delle minacce. Meglio dargli retta: lui avrà fatto la guerra, lo sa. Ancora il passato a condizionare i pensieri.
Mentre sta pronunciando l’ultima vocale cade a terra improvvisamente, ma io non ho le forze per aiutarlo, per sorreggerlo, perché? Dietro di lui, mentre i suoi occhi mi guardano e si affievolisce la loro luce, altri anziani, decine, stanno avendo la stessa sorte. Stanno morendo?
Devo lasciarli lì, non potrei aiutarli nemmeno se volessi – d’altronde Quasi tutti farebbero lo stesso, no?
Egoista.
Come mai faccio sogni così lucidi in questo periodo (?) Sto correndo – fortuna che mi stia allenando tutti i giorni a casa da più di un mese, anche se sento di sforzarmi più del dovuto e che il fisico non risponde come vorrei; c’è una minaccia, invisibile, so che c’è, ma non so cos’é. Arrivo di fronte ad un bivio. Destra o Sinistra?
Mi fermo. Rifletti.
Ogni scelta non sarà mai sbagliata: porterà solo a diverse conseguenze.

Ansia; Stress;
Sono loro che ci distraggono dalla possibilità di cambiare, di scegliere. Mi trovo nel mezzo di un bosco scheletrico. Come ci sono arrivato qui? Non riesco a ricordarlo. Sento il calore del Sole sulla mia pelle, ci sono ciliegi, abeti, pini e un grosso tronco di mogano; non perché io abbia una vasta conoscenza di alberi, ma perché ogni tronco ha una targhetta descrittiva con tanto di prezzo – Il mogano è il più ricco. Avverto chiaramente
l’odore dei trucioli di legno fresco – chissà perché stanno tagliando tutti questi alberi – serviranno a qualcosa in particolare.
Ora, quale strada ho scelto prima? Meglio non guardarsi indietro, non si torna indietro, per questo è così difficile scegliere; finché non scegli, però, tutto è ancora possibile – ma questa è sempre La scusa.
L’importante è che tu mi stia seguendo ora.
Non devo perdere di vista l’obiettivo: devo arrivare dove questo sogno mi sta portando, devo capire dove mi sta conducendo – sempre ammesso che sia un sogno.
Notte.

La terra trema, un terremoto? No, sono centinaia di persone che corrono nella direzione opposta alla mia; vanno verso sud, spaventate e con bagagli di fortuna. Una ragazza cade e viene quasi calpestata.
Ingratitudine.
La ragazza ha sulla giacca verde una targhetta con una rosa camuna stilizzata; la aiuto ad alzarsi e le chiedo dove vadano tutte quelle persone. Mi risponde che stanno tornando a casa perché lì è più sicuro, per loro.
Disobbedienza & Incoscienza.
Proseguo dritto, ho fame. Una locanda si materializza davanti a me – deve essere la parte di un sogno di comodità. Mi avvicino con lo stomaco che brontola, ma stanno chiudendo, no, un momento, il gestore è al telefono e dice che stanno riaprendo, no, ora gira il cartello su “chiuso”; apre la porta ed entra, sconfortato.
Non c’è tempo.
Mi stai seguendo? Qualcuno sì: è un cane, un meticcio; potrebbe essere una minaccia e sicuramente non ha un vaccino, anzi porterà malattie, devo abbandonarlo. Invece potrebbe rivelarsi utile – un’utile scusa.
Stupida ipocondria.

Vieni con me.
Il silenzio del bosco viene interrotto dallo squillo di un telefono, poi due, tre, dieci: sono delle vecchie cabine sparse attorno a me e tutte hanno uno schermo luminoso sul quale vedo comparire le facce di chi sta chiamando. Li riconosco quasi tutti: sono parenti e conoscenti che non vedo e non sento da anni, ma perché mi videochiamano? Non avranno niente di meglio da fare. Non me ne curo.
Occupato.
Sento sibilare dietro l’orecchio. No, non voglio sognarlo questo, no, non voglio. Invece ecco il serpente, eccolo qui davanti ai miei occhi tremanti: il serpente nero che si presenta nei miei incubi, sto ansimando; è un sogno ricorrente: tutto è nero intorno e la figura del rettile, grande, viscida è ancora più nera del resto e striscia verso di me. Non porta mai belle sensazioni.
Stavolta, però, sembra diverso: gli occhi dell’animale arrivano alla mia altezza specchiandosi nei miei ed inizia a parlare graffiandomi i timpani con tono tetro e penetrante, ma familiare:
«Sei tu che mi crei, i tuoi ricordi, i tuoi sogni, i tuoi traumi. I traumi, le ferite, generano dei mostri. Cosa farai
ora, affronterai il mostro o ti sveglierai ed andrà tutto bene?»
È ovvio.

Dove sono? Devo aver perso i sensi; gli alberi attorno a me non ci sono più, ma alla mia sinistra c’è un parco giochi per bambini; sugli scivoli e sulle altalene non c’è nessuno, si sente solo il cigolio del ferro arrugginito mosso leggermente dal vento. Che bello: sta nevicando, ma solo dentro la recinzione – che strano.
Divieto di accesso.
Alla mia destra, invece, c’è una spiaggia con sabbia fine e bianca, la luna si specchia nel mare nero pece ed è enorme, piena e rossa. Divieto di accesso.
Vedo un paese in lontananza illuminato dalle luci delle case in questa strana notte – da lontano sembra un Bel Paese. Guardo avanti, sta sorgendo il sole, di nuovo, ma che ore sono? Un uomo mi passa vicino correndo maldestramente e in tenuta da jogging, ma non sembra per niente allenato, sarà la prima volta che va a correre. Non me ne curo.

Finalmente sono davanti al Paese: questo si sviluppa in verticale e devo attraversarlo perché è sicuramente in cima che hanno più bisogno di aiuto. Mi ferma un agente delle forze dell’ordine all’ingresso dicendo che non posso passare, poi vede il cane che è con me e si scusa facendomi segno di proseguire. L’avevo detto che sarebbe servito. Seguimi ancora.
Sembra tutto così surreale, ma d’altronde deve essere un sogno. Davanti al cartello col nome del Paese ci sono due operai intenti a montare un enorme arcobaleno di cartone. Raccolgo un utensile caduto ad uno dei due e glielo porgo; il più giovane dei due, in grande difficoltà nel reggere la struttura, mi dice sorridendo: «Tranquillo, ce la faremo!» Cos’è, una domanda?
Palliativo.

Proseguo dritto, le vie sono deserte, cosa sarà successo? Ormai è pieno giorno anche se il tempo sembra così irregolare qui. Non si sente una voce, un rumore, non ci sono macchine che circolano, non ci sono negozi; conto sì e no una quarantina di portoni sigillati.
Andiamo, invece sento delle voci in lontananza, tiro un sospiro di sollievo e le seguo. La via che sto percorrendo, l’unica, si fa sempre più stretta fino ad arrivare ad un cunicolo dove ci si entra a malapena in due. Il cane che mi accompagna rimane immobile e, dopo avermi guardato negli occhi, gira la coda e corre via. Io proseguo, le voci si fanno più intense, ma sembrano essere al di fuori di questo lungo tunnel. Con sorpresa mi imbatto in una coda
interminabile di persone alla mia destra, tutte lontane l’una dall’altra e tutte in silenzio: un silenzio assordante, inquietante. Non devo toccarli, trattengo il respiro.
Sembra stiano facendo la fila per ricevere da mangiare – almeno non stanno distribuendo droghe o armi. Incrocio lo sguardo di un ragazzino: è spaventato, poi quello di un uomo, ma riesco a distinguerne solo gli occhi mentre il resto del corpo è completamente oscurato.
Ciò che percepisco in quegli sguardi mi fa trasalire: per loro io sono una minaccia; lo stesso vale per me, però: tutti qui sono pericolosi, sono tutti potenziali assassini. Non devo avvicinarmi. Stento a trattenere il fiato, come se i miei polmoni non funzionino come dovrebbero, sono in debito di ossigeno.
Fobia.

Accelero il passo e finalmente arrivo alla fine del cunicolo. Sento la luce sul volto. Respiro.
C’è una piazza davanti a me, ma ha un ingresso con una porta girevole e portiere annesso; è un signore anziano, mento a punta e pulito in viso, indossa una giacca satinata da cerimonia, bianca davanti e nera dietro; mi chiede il modulo per poter accedere. Non ce l’ho. “Sì che ce l’ha, ormai ce l’hanno tutti”. Afferma con voce pesante. Frugando nella tasca trovo il modulo senza nemmeno troppo stupore; gli chiedo cosa ci sia di strano in questo Paese, di darmi spiegazioni. “No niente, è una brutta faccenda, talmente assurda…” Risponde a mezza bocca senza guardarmi.
Rifiuto.
È come quando ad un bambino viene offerta della verdura che non vuole mangiare: dice che è amara anche senza averla mai assaggiata. Attraverso la porta ed entro.

È una piazza enorme, non ne ho mai vista una così grande nemmeno in fotografia. Piazza dei navigatori, 11 Marzo. Che diavolo c’entra la data? La mia attenzione viene rapita, però, dalla stranezza di quel luogo: è uno spazio circolare, i muri di mattoni azzurri tutti intorno sono costellati di migliaia di finestre aperte e chiuse tutte diverse e al centro della piazza è pieno di oggetti di tutti i generi. Gli oggetti sono stati lanciati dalle persone che sono lì: ogni essere umano è dentro una vetrina di plastica trasparente, tutte adiacenti l’una all’altra, ma senza la possibilità di toccarsi fra di loro; ognuno di questi ha una targa con scritto nome e cognome ed ogni teca è piena di cose tutte diverse fra di loro; no, un momento, molti di loro hanno le stesse cose anche se cercano di renderle esclusive. Possono lanciare quello che vogliono grazie a dei cancelletti posti sopra la testa ed hanno in basso a sinistra un punteggio che cresce di numero in base a quanto piaccia ciò che propongono al resto degli altri. Le teche sono dotate di filtri e tutti parlano contemporaneamente, non si capisce nulla, non si riescono a distinguere le identità delle persone, né chi stia dicendo il vero o il falso. È come un mercato dove ognuno si esibisce per
il resto della piazza, quindi forse è più una specie di circo.
Creatività”.

Le persone in questo posto non sono felici, qualcuno ha un sorriso finto sul volto, del resto sono rinchiusi lì e non possono uscire. Qualcuno di libero c’è, però: un uomo distinto, elegante, deve essere una specie di guardiano
del posto; tiene per mano delle bimbe che vengono verso di me per abbracciarmi, ma l’uomo le ammonisce con tono affabile, rassicurante, dicendo: “Non oggi, magari domani“.  Che voce strana.
Alzo lo sguardo, mi incuriosisce molto questa piazza e la psicologia che caratterizza le persone: c’è la completa mancanza di accettazione, il Dover essere invece di Essere. Non vorrei, ma ci sono dentro anche io. Quante svariate sfumature, però: in una teca un signore sulla cinquantina mi chiede di sfidarlo, non accetto; in un’altra una donna mette in vendita delle cose solo fino a domani; un’altra signora sta impastando la “pizza fatta in casa”; alcuni hanno delle foto di loro da giovani e si vantano di quanto fossero belli e spensierati; altri ancora sponsorizzano serie tv; molti hanno decine di vasetti pieni e vuoti in bella mostra; svariate ragazze posano mezze nude davanti ad uno sfondo plastificato con dei paesaggi che cambiano in continuazione; un uomo distribuisce dei video pornografici di tutti i generi gratuitamente per trenta giorni; diversi mi chiedono di risolvere indovinelli; alcuni ragazzi e ragazze con maglie di varie squadre di calcio palleggiano con oggetti di fortuna; qualcuno ha un banco di frutta, ma a tutti manca una lettera; in una teca in disparte, poi, ci sono 5 uomini:
Giulio, Giuseppe, Gianni, Giorgio e Giancarlo. “Gli scemi del villaggio”, descrive una scritta sopra di loro; per finire, è pieno di economisti, virologi e politicanti, o presunti tali, i classici laureati presso “L’università della vita”.

Noto anche un piccolo edificio, nascosto a sinistra della piazza, ha un’insegna che recita: “Astinenti”. Davanti ci sono quattro entrate alle quali si accede grazie a delle scale mobili e su ogni ingresso c’è scritta una cosa diversa: “sesso”, “droga”, “alcool”, “varie ed eventuali”.
Sulle scale mobili ci sono molte persone, entrano nell’edificio, ma ne escono tutte subito dopo da una porticina, la stessa per tutti, con un’altra scala mobile e reggendo in mano lo stesso cartello con scritto: “quando tutto finisce…”. Sembrano speranzose, ma mi accorgo che tutti buttano il cartello a terra e tornano a prendere un’altra delle quattro scale mobili ripercorrendo sempre lo stesso percorso – sembrano i pupazzetti dei presepi elettrici.
Astinenza…

C’è anche un altro edificio molto strano davanti a me e poco più avanti del centro della piazza. Mi avvicino stando attento agli oggetti che arrivano da ogni direzione. Si tratta di un teatro all’aperto con tanto di palcoscenico e sipario di velluto; al centro delle tavole di legno c’è la carcassa di un vecchio televisore senza schermo e il tutto è racchiuso da una grande bolla di sapone. Provo a toccarla con la mano e sembra infrangibile, ma si vede e si sente tutto al suo interno: ci sono diverse persone, tutte con dei grandi orologi sulla schiena che aspettano trepidanti il loro turno per esibirsi dietro allo schermo vuoto della televisione, ma non prima di essere passati sotto ad un bastone facendo il Limbo. Ad ogni Tik delle lancette dei loro orologi ne parte uno velocissimo; ogni artista improvvisato porta qualcosa di diverso per il pubblico assente, ma nessuno di questi è originale: ripetono delle battute famose, simulano o recitano la parte di qualcun altro, eseguono il playback di attori ben noti o ballano e cantano su brani già ascoltati. Sono tutti così euforici, sembra che vivano quel palcoscenico come se fosse la realtà e tutti sono fermamente convinti che lo sia.
Questi sono completamente impazziti. Sto perdendo tempo qui, come tutti Voi.
Rifletti un attimo.

Il rumore del chiacchiericcio viene squartato dal suono acuto di una sirena: sembra l’allarme che scatta nelle carceri quando qualcuno tenta di scappare. Forse è per me, forse non dovrei essere qui in mezzo, in libertà, mentre tutti sono rinchiusi; inizio ad agitarmi, il respiro si fa affannoso, sudo freddo guardandomi attorno, non so cosa fare e sicuramente mi stanno cercando.
Davanti a me, in alto, su quello che sembra un campanile, si accende un’insegna luminosa enorme con scritto: “Alle ore 18 appuntamento quotidiano”. Non so di cosa si tratti, ovviamente, ma evidentemente tutti gli altri sì, perché gioiscono e battono le mani. Sarà l’ora d’aria? Sullo schermo compare un timer che parte da 40 secondi; il conto alla rovescia inizia quando l’immagine di una mosca appare sullo schermo: una mosca intenta a strofinarsi le zampe anteriori. Tutti nelle loro teche ripetono i movimenti ritmati dell’insetto.
Piazza dei navigatori, 11 Marzo, ore 18, 40 secondi.
Forse devo giocarmeli questi numeri, ora però devo scappare entro la fine del conto alla rovescia; mi servirebbe un mezzo – eccolo: ci sono delle macchine verdi rettangolari nascoste a destra della piazza che hanno tutte la stessa targa con scritto: “ripartire”. Entro in una di queste, ma non c’è benzina, nemmeno in quella accanto, nessuna ha benzina. Mancano venti secondi, inizio a correre cercando di tenere a mente quelli che mi restano ed arrivo davanti ad un portone di ferro altissimo, c’è scritto: “Serratura – giù”; non ha senso. Invece sì, perché sotto di me c’è una fessura dove entro a malapena a pochi secondi dalla fine
del conto alla rovescia. Sono fuori.
Confinamento.

Mentre respiro a bocca aperta per lo sforzo, seduto e con la schiena poggiata al metallo del portone, sento da dentro le mura una canzone: sono le migliaia, forse milioni di persone nella piazza che cantano tutte insieme. La canzone mi è familiare, come se la conoscessi fin da piccolo – certo che la conosco: parla di fratellanza, di stringersi assieme, di essere pronti a tutto.
Ho i brividi.
Rifletto sul fatto che non conosca il vero significato di quelle parole, come la maggior parte di tutte quelle persone che la stanno cantando col cuore in gola. Mi stai ascoltando? Devo proseguire ora, devo arrivare in fondo a questo viaggio. Una strana consapevolezza, però, si sta facendo largo nei miei pensieri, come una malattia che aggredisce lentamente gli organi interni: credo che la minaccia sia dentro di me, come se fossi un pericolo anche per chi mi sta intorno. Fatico a respirare, sono stanco, devo riposare.
Chiudo gli occhi.

Sveglia! Dove sono? Ho sempre meno lucidità, mi guardo intorno; alla mia sinistra c’è un cartellone pubblicitario con una grande foto a colori: sono supereroi, inconsueti supereroi; hanno tutti lo stesso costume e le stesse protezioni su testa, viso e mani; gli occhi sorridono da dietro le maschere, ma sembrano esausti; sotto al cartellone c’è un uomo anziano che prega, solo. “Grazie”.
Vado avanti.
La strada non è lunga ancora: riesco a vedere la fine del sentiero che porta in cima ad un’altura, le rocce sono rossastre e formano due pareti altissime che racchiudono il cammino, ma prima del sentiero c’è una radura. Davanti a me si estende un prato vastissimo, l’erba è rossa, di un rosso acceso; dai fili d’erba si scorgono delle sfere ricoperte di una sostanza liquida rossa che scorre sulle loro superfici lisce; sono decine di migliaia ed è proprio quel liquido che macchia perennemente il prato un tempo verde. Ecco che dai fili d’erba emergono dei serpenti, lunghi qualche metro, con teste di metallo e di color verde militare. Mi passano accanto strisciando lentamente e procedendo uno dietro l’altro su più file; sono centinaia ed ognuno trasporta i tronchi dei ciliegi, degli abeti e dei pini che erano stati tagliati nel bosco scheletrico.
Morte.
Rabbrividisco, non provo paura stavolta, ma rispetto.
Rimango immobile per qualche secondo, non posso proseguire. Coraggio, andrà tutto bene; vuoi arrenderti, dopo tutto questo tempo?

Attraverso piano la radura, il fruscio dell’erba mi accompagna, sembrano tante voci silenziose attorno a me; accarezzo dolcemente con la punta delle dita quelle voci nell’aria e le sfere che stranamente non macchiano la mia pelle. Eccolo lì, davanti a me, il sentiero; mi giro verso la radura appena attraversata e vedo che non
c’è più nulla: il vuoto totale dietro al mio cammino. Stammi a sentire ora, non si può tornare indietro.
Corro.
Il terreno sotto di me è scosceso e le pareti rocciose ai miei fianchi si sgretolano ad ogni passo, mi arrampico il più veloce possibile sui pochi appigli a disposizione, sempre più veloce, sempre più in alto e sempre più in difficoltà…
Ce l’ho fatta, quasi non respiro dallo sforzo, alzo lo sguardo esitante e vedo finalmente la meta: è una pianura enorme, col prato verde e ben curato. Sono molto in alto e vedo il mare azzurro da uno strapiombo a destra; alla mia sinistra c’è un edificio lunghissimo bianco, con delle vetrate enormi. Le vetrate sono rotte ed hanno diversi buchi dai quali entrano mezzi di tutti i generi: macchine, camion, aerei, elicotteri. C’è poi una torre, che si erge altissima alla fine del fabbricato – lì mi daranno le risposte, saprò cosa fare e contro cosa combattere; spero
non sia troppo tardi: Il mio respiro è sempre più pesante e un dolore lancinante al centro del petto mi fa vacillare ad ogni passo.

Una scala porta in cima alla torre, la prendo, manca pochissimo; con molto sforzo arrivo in cima, dove c’è un terrazzo scoperto con delle persone di spalle; la mia vista è annebbiata, ma credo di conoscerle, certo che le conosco: ci sono tutti i miei amici, quelli veri, tutte le persone che amo e ci sono mamma e papà. Erano tutti lì ad aspettarmi: i miei genitori dicono di essere al sicuro in questo luogo, li abbraccio come se non li vedessi da una vita intera e tutti quanti si stringono in quell’abbraccio d’amore.
Pioggia.
Chiudo gli occhi mentre stento a trattenere il magone nello stringere forte mamma e papà, guardo il cielo che è di nuovo sereno e riabbassando lo sguardo, il cuore si ferma un istante: tra le mie braccia ci sono due neonati che mi guardano felici sorridendo. Avrò cura di loro.
Buio. Non c’è più nulla attorno a me, sono solo. Sto fluttuando nel vuoto totale. Sto volando, finalmente, la parte che preferisco, è una sensazione stupenda, ma sento qualcosa che si stringe intorno al mio corpo, attaccando le braccia, poi le gambe, lo stomaco, la testa e il petto; sembrano dei tubi di plastica che stringono sempre più forte, non riesco a respirare, mi stanno trascinando verso il basso, sto cadendo, sempre più forte, sempre più giù, trattengo il fiato…

Sveglia! Apro gli occhi. Non riesco a muovermi. Sono in una stanza di ospedale, respiro piano e faticosamente, dalla finestra entra una luce fioca; cerco di mettere a fuoco lo sguardo, davanti a me c’è una ragazza, un’infermiera, che mi sorride con gli occhi dicendo con tono dolce, quasi commosso: “Non sei più in terapia intensiva, sei fuori pericolo“. “Grazie”.
Il cuore mi batte forte, guardo il comodino, dove c’è la mia fotografia preferita: sono al mare con i miei amici ed i miei genitori, felici. Sorrido, ho le palpebre pesanti, sto per addormentarmi mentre stringo la foto. Il respiro si fa pesante, i battiti rallentano.

Sveglia.
Apro gli occhi. Probabilmente, sto ancora dormendo. Deve essere un sogno, sì è solo un sogno e sento un leggero formicolio: insetti? No, è il solito braccio addormentato.
È un sogno strano e molto vivido, mi alzo e noto che è già tardi: non ho tempo nemmeno per fare colazione – anche se ho una voglia di crema al cacao che mi fa venire l’acquolina in bocca al solo pensiero.
Non c’è tempo. Quanto tempo sarà passato dalla fine di quel sogno? Quanti pensieri ho in testa ora, quante
idee, anche l’idea che stia ancora sognando, che tutto questo non sia reale; magari non lo è, che ne pensi?
L’idea. Come dicevano in quel film? Un’idea è come un virus: persistente, altamente contagiosa; il più piccolo seme di un’idea può crescere fino a definirti o a distruggerti.
Mi alzo, vado in bagno, mi guardo allo specchio e decido quale maschera indossare oggi. Mentre mi specchio, rifletto su quell’idea, che strana, come il sogno; Freud afferma che il sogno è l’appagamento di un desiderio.
Guarda gli occhi nello specchio ora.
Tu, cosa desideri, veramente?


Simone Rossetti è un attore teatrale che sfrutta le sue doti artistiche in due compagnie diverse, in una
delle quali ricopre anche il ruolo di aiuto regista; contemporaneamente lavora stabilmente nel campo
della moda calzaturiera italiana e gestisce una società di intrattenimento. Nato a Roma, si trasferisce
all’età di 20 anni nelle Marche inseguendo il sogno della recitazione.
La passione per la scrittura lo accompagna fin da piccolo e lui riesce a sfruttarla nel tempo libero per
comunicare in modo silenzioso i suoi pensieri e il suo modo di vedere la vita.